SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giù la cortina. La fine delle dittature nell’Europa dell’Est

György Dalos

Roma, Donzelli, V-247 pp., euro 25,00 (ed. or. München, 2009) 2009

Scritto con un vivo gusto giornalistico, inteso a ritrarre i tratti principali della personalità degli ultimi eredi del comunismo in Europa orientale, e al tempo stesso documentato con scrupolo di storico, questo saggio appare provvidenzialmente nel panorama bibliografico italiano, tutto sommato povero di ricostruzioni della vicenda di cui esso si occupa. L’impianto narrativo è quello tradizionale degli studi e dei manuali relativi alla storia dei paesi comunisti europei, «satelliti» dell’Urss: un capitolo per ciascun paese (Polonia, Ungheria, Ddr, Bulgaria, Cecoslovacchia, Romania). Tuttavia, la lettura è resa meno frammentata dal capitolo introduttivo, che individua nella perestrojka di Gorba?ëv il prime mover del processo di de-comunistizzazione sviluppatosi dopo il 1986 nei diversi Stati, e dalla particolare attenzione posta dall’a. alla definizione dell’evoluzione delle tendenze politiche delle organizzazioni non conformiste, di opposizione e dell’opinione popolare, tra quella data e il 1989-1990, particolarmente fruttuosa nei casi di Polonia, Ddr e Ungheria.Vissute da una minoranza delle rispettive popolazioni come «rivoluzioni», le transizioni alla democrazia di questi regimi presentano allo storico interrogativi più complessi. La delegittimazione strisciante del «socialismo reale», che Gorba?ëv avviò prima di tutto all’interno delle élites dirigenti comuniste, turbò un equilibrio politico-sociale stabilitosi dopo il 1956, non solo in Urss ma anche nei paesi del blocco orientale (con un notevole ritardo in Cecoslovacchia). Mentre gran parte di queste popolazioni apparivano ormai assuefatte a regimi post-stalinisti che non ricorrevano più al terrore su larga scala, si sforzavano di garantire livelli di consumo crescenti ai loro cittadini e tolleravano bassi livelli di produttività del lavoro, meno visibile era il prezzo che questi regimi pagavano per un tale stato di cose. La distensione assicurò a questi paesi prestiti internazionali che, in realtà, mascheravano la loro decrescente efficienza (come avveniva anche per l’Unione Sovietica). Ciò spiega l’esitazione allorché, nel corso del 1989, essi si trovarono dinanzi alla possibilità di scegliere l’alternativa della democrazia e del mercato. In Polonia, la peculiare specie di socialismo, cristianesimo e democratismo, rappresentato da Solidarno??, garantì una transizione relativamente facile da vecchi a nuovi valori. Ma ovunque (tranne che in Romania) fondamentale fu il processo politico di transizione concordata che giovani, rassegnati e scettici rappresentanti dei vecchi regimi decisero di avviare con le forze di opposizione.Una cosa balza infine agli occhi. In Polonia, Ddr, Ungheria, Cecoslovacchia, massicce manifestazioni popolari di piazza accompagnarono il cambio di regime. Ciò non avvenne né in Bulgaria né in Romania (se non negli ultimi giorni di vita dei rispettivi regimi). Ma il lettore informato ricorderà che, nell’agosto 1991, a difendere la perestrojka dai ministri felloni che tentarono il colpo di Stato, si ritrovarono in piazza appena 50.000 persone, sui nove milioni dei residenti a Mosca.


Francesco Benvenuti