SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La Francia di Vichy

Henry Rousso

Bologna, il Mulino, 119 pp., Euro 11,50 (ed. or. Paris, 2007) 2010

L'a., directeur de recherches presso il Cnrs, è sicuramente tra gli storici francesi quello che più ha contribuito ad indagare su quest'epoca della vicenda della Francia moderna, a lungo pigramente trascurata dall'accademia esagonale. Alla storia di Vichy e al peso di questa nella memoria pubblica, o nell'oblio di Stato del lungo dopoguerra, Rousso ha dedicato almeno tre volumi importanti, nonché molti articoli, saggi e note. Cominciò le proprie ricerche alla fine degli anni '70 e negli anni successivi coniò una formula fortunata: Vichy come ultima della guerre franco-francesi, cioè delle fratture interne alla comunità politica nazionale, a partire dal crollo rivoluzionario dell'antico regime. Dunque Vichy anche come «sindrome» (è il titolo del suo libro del 1990). Pochissimi storici francesi avevano messo in discussione il paradigma autoassolutorio di Aron (Robert, non Raymond), datato al 1954 e fondato sullo schema del regime-scudo (bouclier), lo scudo che sarebbe stato adottato da una massa attentiste, per effetto dell' intelligente azione di una compagine di governo patriottica abilissima nel double jeu tra Diktat nazista e pressioni alleate. Con Rousso, vennero altri: Azema, Bedarida, Peschanski ed il nostro benemerito David Bidussa, lo svizzero Burrin. Contribuì naturalmente l'eco da oltre Reno della Historikerstreit, ma anche un diverso clima culturale interno e ed una virata nelle derive della memoria (titolo d'un altro volume di Rousso, scritto nel 1994 con E. Conan).Le congiunture di guerra e occupazione (peraltro solo di una parte, sebbene strategicamente ed economicamente decisiva, del paese) non bastano a spiegare la natura del regime e le sue scelte. I vari gruppi al potere tentarono effettivamente di costruire, seppure con strategie contraddittorie, un nuovo ordine sociale e politico in decisa rottura con le tradizione repubblicana, e in nome di un'altra Francia. Il regime, caso unico in Europa - sottolinea Rousso - si insediò senza alcuna pressione da parte degli occupanti e dispose anche di sufficienti margini di manovra. Ogni aspetto della storia viene ricostruito: strategie di collaborazione, dittatura e carisma di Pétain, tentativi corporativistici, repressione poliziesca e Milice, persecuzione degli ebrei e partecipazione dei francesi allo sterminio.Importante è anche la sottolineatura del peso della Chiesa cattolica di Francia, con la sua tradizionale opposizione intransigente alla Repubblica laica, nel consenso al regime. Che fu e non fu fascista - sostiene Rousso - comunque «non estraneo all'influenza fascista» (p. 113), ma anche e soprattutto connotato dall'influenza delle culture e delle famiglie politiche antidemocratiche ed antilluministiche: la tradizione intransigente cattolica e monarchica, il bonapartismo, le destre nazionaliste ottocentesche, le Ligues antiparlamentari degli anni '30.L'État National di Pètain fu dunque un regime comparabile ed assimilabile a quelli di Antonescu, di Horthy, di Salazar e di Franco, ma rimase un sistema capace di utilizzare anche e precipuamente gli apparati e le strutture dello Stato repubblicano, quindi inscrivibile - conclude Rousso - per certi aspetti «in una qualche continuità con la Repubblica» (p. 114).


Michele Battini