SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno

Pietro Kuciukian

Milano, Guerini e Associati, 223 pp., € 19,50 2016

Ogni genocidio prevede un’opera di indottrinamento della popolazione e di diffusione di sentimenti razzisti che giustificheranno i provvedimenti di discriminazione e limiteranno al minimo gli atteggiamenti di resistenza e collaborazione in favore delle vittime. È difficile sottrarsi alla pervasività della propaganda, e ancor più rischiare la vita operando gesti concreti di disobbedienza. Metz Yeghern non ha fatto eccezione. Spiccano, quindi, le scelte di chi, in modi diversi, ha solidarizzato, aiutato, protetto gli armeni perseguitati e votati all’eliminazione. Pietro Kuciukian prosegue il suo viaggio tra i «giusti» di Armenia, cominciato nel 2000 con la pubblicazione di Voci nel deserto, dedicato ai «testimoni di verità» non turchi. L’a., medico chirurgo, è il presidente del Comitato internazionale dei Giusti per gli armeni, fondato nel 1996 nell’ambito del Museo del Genocidio di Erevan, e collabora al progetto «Gariwo, la foresta dei Giusti» di Milano. Stavolta Kuciukian passa al vaglio le vicende di circa centossessanta sudditi dell’Impero ottomano, e di una ventina di gruppi, protagonisti di azioni volte a cambiare il destino degli armeni mentre il disegno di soppressione si dispiegava, nel 1915-1916. Individua tredici categorie di «disobbedienti»: i funzionari dello Stato ottomano che non collaborarono, quanti protessero o diedero rifugio e ospitalità agli armeni a rischio della vita, i protagonisti di atti pubblici di denuncia, gli imprenditori che offrirono lavoro agli armeni, e infine le tre categorie più ambigue, quelle dei «salvataggi in cambio di conversioni e abiure», dei «salvataggi di minori islamizzati, riscattati al mercato degli schiavi», dei «salvatori per interesse personale o per denaro» (pp. 215-216). Troviamo questa lista di categorie, corredata di nomi e cognomi e brevi spiegazioni, nell’Appendice del volume (pp. 211-216), che è in realtà un racconto di viaggio. L’a. ha infatti percorso la Cilicia e la Cappadocia alla ricerca di tracce, di conferme, di echi delle storie di disobbedienza. Nel secondo capitolo, ad esempio, l’a. giunge a Kutahya, capoluogo della provincia governata nel 1915 da Faik Ali Ozansoy: praticamente l’unico caso di vali che si rifiutò di eseguire l’ordine di deportazione e non fu rimosso e processato, nonostante una convocazione a Costantinopoli giuntagli da Talaat Pascia, ministro dell’Interno, uno dei triumviri. Egli aveva, infatti, portato sulle sue posizioni il notabilato musulmano della provincia, a cominciare dalle due famiglie più influenti. Presto a Kutahya si rifugiarono molti armeni della costa, e alla fine le vite risparmiate sarebbero state più di tremila. Quella di Faik Ali, come molte altre presenti nel libro, è una vicenda che andrà approfondita e studiata: l’a. infatti ha preferito non scendere in profondità ma passare in rassegna, utilizzando fonti secondarie, l’intero spettro della resistenza al genocidio. In questo risiede il motivo di interesse del volume, che per la prima volta raccoglie in un quadro unitario, seppure privo di molti dettagli, molteplici itinerari che mostrano come sia possibile opporsi al dilagare della violenza genocidaria.


Stefano Picciaredda