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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il Monte dei Paschi nel Novecento. Storia di una banca pubblica (1929-1995)

Pier Francesco Asso, Sebastiano Nerozzi

Roma, Donzelli, 385 pp., € 30,00 2016

Il libro discute l’evoluzione del modo di fare, di essere banca; quello cioè in cui sono definiti gli assetti normativi, le scelte di governance. Per far ciò evidenzia come il Monte dei Paschi sia, in primis, una banca pubblica non per aver avuto un fondo di dotazione, ma per aver svolto funzioni di interesse pubblico: partecipando alla fondazione di istituti di credito speciale (Csvi), cooperando con la Banca d’Italia in operazioni di salvataggio (Credito toscano, Banca di Firenze), gestendo per conto del Tesoro esattorie fiscali. In un’epoca, il ’900, nella quale la funzione del credito si realizzò principalmente mediante provvedimenti amministrativi, fu proprio la capacità del Monte nel farsi intermediario tra raccolta locale e gestione nazionale a farne una banca pubblica; condizioni poi vincolate dagli statuti (1936, 1955, 1995). A questo stato di cose si pervenne per l’esito delle scelte compiute. In particolare di quelle rivolte, negli anni ’30, alla raccolta capillare e alla prudente gestione; nei primi decenni del dopoguerra, all’attuazione di economie di scala nella gestione delle tesorerie e del volume dei titoli in portafoglio; e infine di quelle che, negli anni ’60, portarono a una liquidità dell’attivo molto più alta della media nazionale e a minime aperture di credito alle grandi imprese industriali. Fu l’insieme, positivo, di queste scelte a sostenere, negli anni ’70, il peso finanziario della disintermediazione, del passaggio dalla gestione dei depositi a quella dei servizi. Non positive furono invece, negli anni ’80, quelle connesse al riordino della struttura organizzativa in gruppo bancario polifunzionale; quelle di intervento diretto sui mercati internazionali; quelle di alte distribuzioni degli utili a enti senesi; quelle di mantenere numerose tesorerie e filiali improduttive. Ne seguirono, aggravati dalle crisi finanziarie degli anni ’90, conflitti istituzionali tra banca, enti locali, autorità di vigilanza. Ma, sebbene la storia raccontata sia quella delle diverse possibilità di intendere la funzione pubblica del credito da parte delle classi dirigenti che del Monte furono interlocutori e agenti, oltre che il loro esito, il volume non l’affronta in modo aperto – ed è questo un suo limite – costringendo il lettore a cercarla negli atti compiuti. È evidente, infatti, che solo quando gli aa. discutono anche le modalità attraverso le quali fu possibile essere banca pubblica – per esempio affrontando il tema delle divergenze, negli anni ’30, tra la deputazione senese e le idee del provveditore Alfredo Bruchi, più favorevole a impegni nazionali che locali, così come di quelle che, negli anni ’50, la opposero al progetto di Donato Menichella che ne auspicava l’evoluzione in banca delle regioni; o ancora di quelle che, negli anni ’80, consentirono a Piero Barucci di ottenere l’impegno della banca nella circolazione internazionale dei capitali e all’opposto di quelle che di fronte alla legge Amato ne paralizzarono la gestione – che la narrazione acquista forza, diventa compiuta.


Leandro Conte