SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il Museo Coloniale di Roma (1904-1971) fra le zebre nel paese dell’olio di ricino

Francesca Gandolfo

Roma, Gangemi, 575 pp., € 44,00 2014

L’accurato e voluminoso lavoro è tale non solo per il numero delle pagine, scelta comunque coraggiosa in un periodo in cui la disaffezione alla lettura impegnativa è cresciuta, ma per il contenuto, documentato e intrigante. Per arrivare alla storia del Museo coloniale di Roma e al nesso fra quest’ultimo e l’Erbario, l’a. parte da Michele Mercati e dalla tradizione scientifica rinascimentale, proseguendo fino al positivismo, all’evoluzionismo, per poi approdare all’ideologia coloniale; è attraverso questi secoli, con i relativi ingredienti scientifici e filosofici, che si forma l’identità culturale del Museo e dell’Erbario; una storia peraltro ignota a molti, anche per un motivo che la stessa Gandolfo spiega nella nota introduttiva: «Ci sono musei che diventano vittime della storia, della sfortuna e di un infausto destino, che per ironia della sorte e in virtù delle contingenze storiche vengono cancellati dalla memoria collettiva con tutto il loro bagaglio di personaggi e cimeli» (p. 15). Questa complessa storia inizia nel 1904 nell’Istituto botanico romano di via Panisperna e ha termine nel 1971 quando viene chiusa al pubblico la sua ultima sede in via Aldrovandi, a Roma. La prima fase va dal 1904 al 1914, in cui si chiama Erbario e Museo coloniale, la seconda dal 1914 al 1971, in cui si chiama solo Museo coloniale, mentre l’erbario viene trasferito a Firenze; se la prima fase è densa di avvenimenti per l’Italia, e finisce con il primo conflitto mondiale, la seconda lo è ancora di più, socialmente e politicamente; fu comunque il primo museo ad avvalersi della definizione di coloniale nella storia dell’Italia monarchica e repubblicana, e rappresentò un’occasione di confronto fra due concetti di identità, italiana e nazionale. Evidentemente, scrive l’a., il Museo operò essenzialmente come metafora patriottica, anche se ciò non ha significato che il secondo Museo coloniale vivesse solo di riflesso rispetto ai trionfi e alle disfatte dei rapporti di forza geopolitici. Quasi un thriller nel volume, è la storia del tesoro archeologico della Libia, faticosamente salvato dall’archeologo Gennaro Pesce, arrivato a Roma nel 1944, scomparso, poi riapparso e poi, nel 2011, rubato dal caveau della Banca nazionale commerciale di Bengasi. Le numerose pagine sono intervallate da foto, talvolta degli interni del Museo coloniale, spesso di giovani africane, ritratte in pose esotiche estetizzanti, quasi da cartolina; l’apprezzamento dell’immaginario maschile risulta piuttosto stridente con l’impianto culturale ampiamente condiviso della sociologia positivista; l’a. riporta un brano di Cesare Lombroso, tratto da L’uomo bianco e l’uomo di colore: letture (1892) secondo cui le varietà umane esistettero fin dall’inizio e con il passare del tempo dalle razze più imperfette, le negroidi, si erano ottenute le razze più perfette, le bianche. Quello che è rimasto del Museo coloniale, i cui cimeli occhieggiano spesso dalle pagine del libro, risvegliando tutti gli interrogativi sul colonialismo e sull’africanità, è dal 2011 nel Museo nazionale preistorico-etnografico Luigi Pigorini, a Roma.


Fiorenza Taricone