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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il totalitarismo alla conquista della Camera Alta. Inventari e documenti dell'Unione nazionale fascista del Senato e delle carte Suardo



con un saggio di Emilio Gentile, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 467, eur 2002

Il riordino dell'Archivio storico del Senato ha permesso la pubblicazione, curata da Emilia Campochiaro, di una serie di fonti utili per la conoscenza della storia della Camera Alta durante il fascismo: accanto a dati biografici dei senatori (professione, provenienza regionale e curriculum politico), ben elaborati sul piano statistico, sono presentati i documenti dell'Unione nazionale del Senato (UNS), che fu fondata nel 1925 da un nucleo di senatori favorevoli al regime e che si trasformò nel 1929 in Unione nazionale fascista del Senato (UNFS), i cui dirigenti erano nominati da Mussolini, passando nel 1932 alle dipendenze del Segretario nazionale del Partito fascista. Sulle carte del fondo dell'Unione si sviluppa il saggio di Emilio Gentile (pp. 3-124) che evidenzia la progressiva e pressoché totale fascistizzazione del Senato: l'Unione, quando sorse, contava 118 membri, di cui solo 44 erano iscritti al Partito; nel 1929 ancora 235 senatori su un assemblea di 442 non erano iscritti al Partito; nel settembre del 1942 i senatori fascisti erano 415 su 457; quasi alla fine del ventennio rimanevano quindi pochi «irriducibili». Sull'opera di omologazione della Camera regia e vitalizia al regime, accanto alla determinante azione dei Segretari del Partito e dei Presidenti dell'UNFS (prima il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi tra il 1933 e il 1935 e, di seguito, lo squadrista Giacomo Suardo), influì anche, nonostante i dissidi con i vertici del Partito, l'opera e la complicità dei Presidenti del Senato, Luigi Federzoni, dal 1929 al 1939, e poi lo stesso Suardo. Gentile sfata l'idea, rimasta nella memorialistica, che Federzoni sia stato il tutore dell'autonomia del Senato: l'esponente del nazionalismo, assertore della fedeltà alla monarchia e della riconciliazione con la Chiesa, nel 1938 assecondò l'approvazione per acclamazione (fuori da ogni prassi parlamentare) della legge per l'istituzione della carica di Primo maresciallo dell'impero, assegnata a Mussolini e al re, e diresse anche l'assemblea alla rapida approvazione di un nuovo regolamento, che ne annullava ogni residua autonomia, e della legislazione antisemita. L'esperimento totalitario, come lo definisce Gentile, fu portato a compimento nelle deteriori manifestazioni di costume politico (i senatori in camicia nera) e, soprattutto, nell'asservimento dell'assemblea regia al Capo del governo. Quest'ultimo dato era peraltro già acquisito dai costituzionalisti dell'epoca: nel 1933 Santi Romano annotò che il Senato non rappresentava più ?neppure la corona? e nel 1939 Enrico Sailis chiariva che ai senatori competeva solo una non meglio precisata ?collaborazione fattiva e responsabile? con il governo. Spetta alle future ricerche capire le ragioni politiche per cui durante il fascismo il Senato non fu abolito, come pure si richiedeva dagli inizi della vicenda statutaria; rimane da cogliere la permanente funzionalità anche per il regime di una Camera i cui membri, in molti casi, ricoprivano i massimi ruoli in tutti i settori dell'alta amministrazione dello Stato.


Nicola Antonetti