SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La pulizia etnica della Palestina,

Ilan Pappe

Roma, Fazi, 367 pp., euro 19,00 (ed. or. Oxford, 2006) 2008

Il volume, incentrato sulle vicende della prima guerra arabo-israeliana, che permise la nascita di Israele ma causò contemporaneamente la naqba (catastrofe) per circa 700.000 profughi palestinesi, è solo l’ultimo di una lunghissima serie di contributi dedicati a tale tema, e riprende alcune delle considerazioni già presenti in una precedente opera dell’a., The Making of the Arab-Israeli Conflict 1947-51 (London, Tauris, 1992).Oggetto principale della riflessione di Pappe è il cosiddetto piano dalet, approvato nel marzo 1948. Se già nel precedente volume questo era stato definito «il piano d’azione per l’espulsione del maggior numero possibile di palestinesi» (p. 94), nel presente lavoro assume un significato nuovo. Insieme a quanto deciso dalla «consulta» (sostanzialmente il futuro governo israeliano) durante le riunioni tenute durante la primavera-estate 1948, il piano dalet dimostra inequivocabilmente, secondo l’a., l’adozione da parte della leadership sionista di una politica di «pulizia etnica», finalizzata a espellere gli arabi palestinesi così da rendere il più possibile omogenea, cioè ebraica, la futura popolazione israeliana.Senza sostanziali aggiunte documentali rispetto alla precedente bibliografia - le note rimandano a contributi storiografici piuttosto che a materiale d’archivio - l’a. intende leggere le vicende del 1948 attraverso la categoria della «pulizia etnica», definita «l’espulsione forzata volta a omogeneizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione» (pp. 12-13). In questo modo, Pappe vuole mettere in discussione l’ipotesi interpretativa di B. Morris (The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge University Press, 2004) secondo cui, invece, l’esodo palestinese fu il prodotto della guerra e non della strategia sionista, poiché proprio il piano dalet non faceva affatto riferimento ad una generale politica di espulsioni, che avvennero sulla base di decisioni prese di volta in volta dai generali della Haganah e del neonato esercito israeliano.L’a. non risulta però convincente nella sua interpretazione, che impone, non senza forzature ideologiche, la categorie di «pulizia etnica» ad un insieme di eventi difficilmente riconducibili ad un disegno organico. Rimane dunque irrisolta la questione che lo stesso a. pone: come spiegare, in presenza di una pianificazione così sistematica da parte di Ben Gurion e degli altri membri della «consulta», il fatto che alcuni villaggi arabi non vennero distrutti e che i suoi abitanti non vennero espulsi (p. 220)? Non giovano peraltro i tanti richiami all’attualità e il continuo parallelismo tra le vicende del 1948, quelle dell’occupazione post ’67, e quelle della Seconda Intifada, ad esempio il «massacro» di Jenin (p. 289).La versione italiana del libro - che non include, a differenza dell’originale, l’indice analitico - presenta, infine, alcune sbavature, forse frutto di un eccessivo zelo ideologico dei traduttori. Ad esempio, l’epidemia di tifo ad Acri, nella versione originale da ritenere «probabilmente» (p. 100) causata dall’introduzione di batteri nell’acquedotto, in quella italiana viene «sicuramente» (p. 128) imputata a tale azione.


Arturo Marzano