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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il podestà ebreo. La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali

Ilaria Pavan

Postfazione di Alberto Cavaglion, Roma-Bari, Laterza, VIII-300 pp., euro 18,00 2006

Renzo Ravenna è un podestà di un capoluogo di provincia restato in carica per dodici anni, divenuto di interesse nazionale per via delle connessioni tra il suo essere ebreo e il groviglio storico Ferrara-Balbo-antisemitismo-fascismo-Mussolini. In questo volume Ilaria Pavan ci narra che Ravenna nasce nel 1893; è interventista nel 1914 in un gruppo del quale fa parte anche Italo Balbo; non è fascista antemarcia; diviene responsabile del fascio ferrarese dopo l'uccisione di don Minzoni; nel 1926 è nominato commissario e poi podestà di Ferrara; amministra la città senza arricchirsi; nel 1934 è praticamente l'unico «amministratore comunale » ebreo della penisola che può conservare la carica; nel marzo 1938 è dimesso; nel luglio 1938 restituisce la tessera del fascio; tornato alla professione di avvocato, lavora anche per le famiglie di Balbo e altri fascisti; nel 1943 scappa in Svizzera; dopo la guerra è in buoni rapporti con antifascisti; muore nel 1961. Una vita complessa, ricca di contrasti di vario tipo, in parte autonoma rispetto all'ambiente e in parte da esso condizionata. Pavan ce la restituisce con completezza, ricchezza documentaria e scorrevolezza. È vero, si percepisce qua e là un incompleto distacco dalle testimonianze famigliari, oppure si resta insoddisfatti dello scarno spazio dedicato, ad esempio, al complesso momento del 1923-1924; ma resta che Il podestà ebreo è veramente una bella biografia storica. Tra l'altro, non essendo Renzo Ravenna un esponente dell'ebraismo, questa è forse la prima biografia storica vera e propria delle vicende «civili», ebraiche e persecutorie di un «normale» ebreo italiano. È inoltre un libro su come in quegli anni fu amministrata la città (e qui non ho adeguate competenze). Ed è un libro sulla Ferrara ebraica nei primi decenni del secolo, su cui l'autrice apre varie finestre e getta nuove luci. Una di queste concerne la percentuale degli ebrei locali con la tessera del PNF nell'ottobre 1938: il 22 per cento (p. 246); un dato che ? pur forse scontando già l'uscita di Ravenna e qualche altro ? smentisce mezzo secolo di descrizioni improntate alla totalitarietà fascista dell'ebraismo ferrarese (il dato nazionale degli ultraventunenni da me elaborato è 27 per cento). Infine il volume, essendo una biografia e non un saggio, non soddisfa la domanda-cardine del groviglio storico menzionato all'inizio: vi erano connessioni in Mussolini tra antisemitismo e lotta contro Balbo, e in quest'ultimo tra lotta contro Mussolini e protezione di Ravenna (protezione non estesa né agli ebrei libici né a quelli italiani dissimili da Ravenna)? Ma anche su questo Pavan, con pacatezza, ci fa fare qualche passo avanti. Il libro termina con una postfazione di Alberto Cavaglion, che lancia alcune stilettate alla ricostruzione di Pavan. Per me, il Podestà non necessita accompagnamenti e la sede per le critiche sono le recensioni. E poi, cosa significa postfazione? E perché anche nel Podestà all'autrice toccano le note della gleba a fine volume e al postfatore quelle senatoriali a piè di pagina?


Michele Sarfatti