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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Impiegati in lavori manuali. Lo sfruttamento dei prigionieri di guerra e degli internati civili slavi nei campi di concentramento in Umbria (1942-1943)

Dino Renato Nardelli, Luca Pregolini

Foligno-Perugia, Editoriale Umbra-Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea, 124 pp., € 10,00 2014

Il tema dell’internamento nei campi di concentramento dell’Umbria di prigionieri provenienti dai territori del Regno di Jugoslavia occupati dall’esercito italiano è uno dei filoni di ricerca su cui è maggiormente attivo l’Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea, con il quale ormai da anni collaborano i due aa. Il volume si inserisce a pieno in questo genere di studi e rappresenta un ulteriore importante contributo alla comprensione di tali questioni. Utilizzando un ricco apparato di fonti italiane e slovene, comprendente tra l’altro interviste a internati e a militari italiani, Nardelli e Pregolini approfondiscono le vicende della prigionia e dello sfruttamento economico a cui, nel biennio 1942-1943, furono sottoposti gli slavi. Nella prima parte del lavoro si ripercorrono le tappe che nella primavera del 1941 portano all’occupazione italiana del Montenegro, di parte della Slovenia e della costa dalmata, e al conseguente afflusso in Umbria di prigionieri, militari dell’esercito jugoslavo, ma anche civili che si opponevano all’annessione e al progressivo processo d’italianizzazione forzata portato avanti in quei territori. L’internamento dei militari e quello dei civili, definito internamento parallelo e riguardante non solo uomini, ma anche donne e minorenni, gestito sempre dalle autorità militari italiane, fu realizzato utilizzando quattordici strutture di reclusione attive soprattutto in provincia di Perugia. Per sette di queste (i campi di lavoro per internati civili di Pietrafitta-Tavernelle, per prigionieri di guerra di Morgnano, per militari e civili di Ruscio, i campi di prigionia di Pissignano e Colfiorito) se ne ricostruiscono il funzionamento e le condizioni di vita e lavoro al loro interno. Il quadro delineato evidenzia le precarie condizioni di vita dei prigionieri, in particolare per quanto riguarda le condizioni igieniche e l’alimentazione, sebbene, il più delle volte, non paragonabili a quelle esistenti nei campi di concentramento allestiti nell’Italia nordorientale e negli stessi territori jugoslavi. Soprattutto, emerge il crescente impiego lavorativo degli internati, militari e civili, assegnati a ditte private, ad esempio, per la costruzione della tratta ferroviaria Ellera-Tavernelle, o per l’attività estrattiva della lignite nelle miniere di Pietrafitta e nella zona di Ruscio nell’Umbria meridionale. Tale impiego, in palese contraddizione con quanto previsto dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra e realizzato inizialmente in maniera caotica e disorganizzata, verrà progressivamente sistematizzato e regolarizzato, con il declassamento degli internati militari a internati civili e, di conseguenza, con la perdita di qualsiasi protezione da parte delle convenzioni internazionali e della Croce Rossa per la quasi totalità dei prigionieri slavi presenti nel sistema concentrazionario umbro.


Angelo Bitti