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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Imre Nagy, un ungherese comunista. Vita e martirio di un leader dell’ottobre 1956

Romano Pietrosanti

Milano, Le Monnier, 476 pp., € 28,00 2014

Per una delle strane coincidenze che rendono unico il nostro mestiere, la prima biografia pubblicata in Italia dell’uomo politico ungherese Imre Nagy, primo ministro durante la Rivoluzione del 1956 giustiziato due anni più tardi e solennemente riabilitato nel 1989, non si deve a un addetto ai lavori. L’a. di questo corposo volume non è uno storico contemporaneista esperto di Europa centro-orientale ma un sacerdote formato all’erudizione umanistica della migliore tradizione cattolica, che insegna storia della filosofia e teologia: discipline apparentemente lontane dall’oggetto di questo saggio. Sin dalle prime pagine, tuttavia, emerge non soltanto la sorprendente affinità intellettuale dell’a. con il suo «antieroe» ma anche l’empatia e l’umiltà di ricercatore con cui l’a. si avvicina a una vicenda umana e politica così complessa. Forte della padronanza di un’amplissima gamma di fonti coeve nonché della letteratura specialistica apparsa in italiano, francese e inglese ma anche in Ungheria e in lingua ungherese, l’a. costruisce un affresco organico – senza dubbio il più completo del panorama editoriale italiano – delle vicende storiche ungheresi dalla fine della seconda guerra mondiale al 1958, anno della tragica morte di Nagy. E non da ultimo, mostra una conoscenza approfondita e ben assimilata del dibattito storiografico sul 1956. La struttura del lavoro rispecchia per gran parte di esso un’impostazione narrativa tradizionale: il libro ripercorre in ordine cronologico le tappe della vita di un comunista che fino all’inizio degli anni ’50 nulla sembrava predestinare al ruolo che questi avrebbe successivamente ricoperto. La ricostruzione delle vicende personali di Nagy negli anni della prima guerra mondiale e successivamente del regime «neobarocco» del reggente Horthy offre tuttavia la possibilità di allargare lo sguardo alla società ungherese del tempo. L’a. guida con mano sicura il lettore attraverso le lotte interne al piccolo movimento comunista clandestino, i cui principali attori vivevano immersi in una realtà parallela, fatta di sofferenza materiale ma anche di denunce reciproche, tradimenti e gelosie che, oltre a segnare lo scollamento della futura gerarchia comunista dal «mondo di fuori» (in particolare dalle masse contadine, da sempre oggetto dell’interesse politico e teorico di Nagy), avrebbe influito pesantemente sull’insensato e crudele radicalismo dei primi anni ’50. L’ultimo, corposo capitolo cerca di ricostruire gli effetti profondi e duraturi che la rivoluzione del 1956, l’intervento sovietico che la soffocò e la tragica fine di Nagy ebbero sulla sinistra italiana, e in particolare il Partito comunista. Questa appendice, fitta di rimandi garbatamente polemici rispetto al dibattito politico e giornalistico italiano, costituisce forse la sezione meno riuscita di un libro nel quale l’a. era riuscito fino a quel momento a limitare quel sovraccarico emotivo che spesso caratterizza la pubblicistica sul 1956. Ciò nulla toglie, comunque, a un’impresa intellettualmente ambiziosa e narrativamente efficace.


Stefano Bottoni