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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La colonia eritrea. La prima amministrazione coloniale italiana (1880- 1912)

Isabella Rosoni

Macerata, EUM-Edizioni dell'Università di Macerata, 318 pp., euro 20,00 2006

Dopo un centinaio di pagine di inquadramento tematico e storiografico, il libro traccia la storia politica degli ordinamenti amministrativi che ressero la colonia Eritrea dal 1880, quando il governo della baia di Assab passò allo Stato italiano, fino alla nascita del Ministero delle Colonie che seguì la conquista della Libia. Fu una graduale gestazione di ordinamenti riguardanti le partizioni territoriali, i rapporti tra militari e civili, gli organi di governo e il personale, le varie amministrazioni di riferimento in patria, la codificazione, l'amministrazione della giustizia (e poiché tutto ciò è radicato nella morfologia territoriale ed etnica, nuoce molto l'assenza di mappe). Ordinamenti nati dai fatti dopo il ripiegamento della prima gestione militare ? quando con Adua fallì non solo la campagna militare, ma anche l'improvvisato progetto di colonizzazione dell'altipiano ? e che si assestarono senza visione strategica, né attrezzatura concettuale, né personale idoneo, sotto i governatorati del militare Oreste Baratieri (1892-1897), del letterato e politico Ferdinando Martini (1897-1907) e del diplomatico Giuseppe Salvago Raggi (1907-1915). Questa incerta perifericità del fatto coloniale riflette la sua estraneità al farsi delle strutture economiche o politiche italiane di quel periodo (non è così per quelle mentali, se è vero che il mito africano occupa un posto nell'immaginario nazionale, come conferma il libro di Michele Nani recensito in questo Annale). Da qui forse anche una perifericità storiografica che non deriva solo dal trauma fascista-etiopico, a cui in genere si addebita l'amnesia d'età repubblicana. Oggi gli storici delle istituzioni sono entrati con decisione nel settore (si veda qui la scheda su Oltremare di Aldo Mazzacane). Ma non sempre vale la regola dei late comers, che dal ritardo partono avvantaggiati. Questa puntuale disamina di atti amministrativi, carica di utili rinvii, colma una lacuna, ma non forza i limiti di una storiografia descrittiva e non propone nuove vie. Eppure gli elementi per farlo ci sarebbero, proprio a partire dal profilo istituzionale. La colonia appartiene allo Stato ma non è parte integrante di esso ? così la nota prima sistemazione di Santi Romano, che peraltro è posteriore a questo ciclo eritreo; non ha rilievo costituzionale né riconosce diritti politici; riguarda i governi e ben poco i parlamenti; è esperimento di una legislazione differenziale «semplificata» che frammenta e gerarchizza i soggetti di diritto e dà spazio ai «pratici» e alle loro pratiche, e soprattutto enfatizza la natura giudiziaria del governo ? come è proprio degli ordinamenti statuali premoderni ?, con una sistemazione del diritto indigeno consuetudinario qui giustamente segnalata come «invenzione del processo di codificazione coloniale» (p. 219). È un «modello italiano» che da un lato reclama di essere compreso in un più vasto quadro comparativo degli ordinamenti imperiali-coloniali, e dall'altro meriterebbe di essere analizzato calando il dato positivo nei terreni difficili delle pratiche.


Raffaele Romanelli