SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Palestinesi in Israele. Tra identità e cultura

Isadora D’Aimmo

Roma, Carocci, 322 pp., euro 32,30 2009

Appare, finalmente, in italiano un volume interamente dedicato ad un argomento assai rilevante e tuttavia poco trattato, i palestinesi cittadini di Israele. Ai pochissimi contributi pubblicati in Italia su questo tema - principalmente traduzioni - si affianca dunque un libro che affronta la storia, l’identità e la cultura dei cittadini israeliani di etnia araba, che l’a. sceglie giustamente di definire «palestinesi in Israele».Il volume si compone di quattro capitoli, dedicati rispettivamente alla storia, alla situazione politica, giuridica e sociale, alla cultura e alla letteratura dei palestinesi israeliani. È una scelta sicuramente meritevole, perché permette all’a. di arricchire la trattazione della complessa identità dei «palestinesi in Israele» utilizzando anche i romanzi di scrittori e scrittrici che l’a. ha peraltro intervistato di persona. Emerge, così, il composito quadro di una popolazione che parla correntemente l’arabo e l’ebraico, che si pone come «ponte» tra due mondi distinti, che è profondamente divisa tra nazionalità palestinese e cittadinanza israeliana, e che viene sostanzialmente marginalizzata tanto dagli ebrei israeliani, quanto dai palestinesi dei Territori occupati.Sebbene la pubblicazione di un libro su questo argomento sia certamente da apprezzare, i limiti del volume sono molti, poiché numerose sono le imprecisioni. Nella maggior parte dei casi, queste sono dovute ad una chiara impostazione ideologica pregiudizialmente anti-israeliana, evidente in tutto il volume. È piuttosto grave affermare che «le altre religioni semplicemente non sono ammesse all’interno di Israele, che è lo Stato degli ebrei» (p. 31), dal momento che ciò lascia intendere la mancanza la libertà di culto in Israele, cosa del tutto falsa. I palestinesi rifugiatisi dopo il 1948 nei campi profughi creati nei paesi arabi vicini non furono affatto «accolti più o meno volentieri» come l’a. sostiene (p. 33), dal momento che, tranne che in Giordania, non è mai stata data loro la cittadinanza, e sono tuttora forti le discriminazioni che questi subiscono. Allo stesso tempo, non è vero che «ogni tentativo di aprire scuole miste in cui venisse impartito l’insegnamento sia in arabo che in ebraico è fallito» (p. 184), come dimostrano le quattro scuole yad-bayad (mano nella mano) che, seppure con difficoltà, accolgono in Israele alcune centinaia di bambini arabi ed ebrei.È un peccato che, come troppo spesso succede in Italia, volumi che affrontano la questione israelo-palestinese siano talmente ideologici da travisare la realtà dei fatti. Un maggiore rigore scientifico avrebbe comunque messo in luce le tante discriminazioni che subiscono i palestinesi cittadini di Israele, evitando al contempo quella demonizzazione di Israele che finisce per rendere molto meno efficace la trattazione. Sorprende, infine, che nella bibliografia manchino i contributi di Oren Yiftachel, uno dei maggiori esperti di questo tema. Speriamo di sbagliarci nel sospettare che l’a. abbia ritenuto un ebreo israeliano una fonte meno affidabile di autori come Assad Ghanem e Nadin Rouhama - che invece cita più volte - con cui, pure, Yiftachel ha a lungo collaborato.


Arturo Marzano