SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Oggetti cuciti. L'abbigliamento pronto in Italia dal primo dopoguerra agli anni Settanta

Ivan Paris

Milano, FrancoAngeli, 517 pp., euro 36,00 2006

Il libro di Ivan Paris è un ottimo contributo alla conoscenza dell'industria dell'abbigliamento, o meglio, dell'abito pronto. Evolutosi a partire da una tesi di dottorato discussa alla «Bocconi », il libro si presenta come un'ampia e documentata ricerca su fonti di prima mano su quello che si presenta oggi come uno dei settori più dinamici e rappresentativi dell'export italiano. Il volume inizia con uno sguardo sulle origini dell'abbigliamento in serie, legato alle divise militari, per poi analizzare le esperienze industriali durante il fascismo, quando prende forma un certo interesse da parte del regime per questo comparto. L'attenzione si sposta quindi sui decenni successivi alla seconda guerra mondiale. In questo periodo si saldano le potenzialità del ricostruito settore tessile, le prime esperienze di successo nell'alta moda (che continua a guardare a Parigi come modello) e l'apertura ai mercati internazionali, soprattutto americani. Il lavoro mette bene in luce come i primi positivi risultati siano il frutto della filiera creatori di moda-produttori tessili-industriali della confezione; ma anche il portato di un processo di istituzionalizzazione della moda che vide impegnate molte associazioni (Ente italiano della moda, Camera nazionale, Associazione italiana industriali dell'abbigliamento), oltre che singoli protagonisti (come Giovanni Giorgini, buyer di grandi magazzini statunitensi e organizzatore del Fashion Show a Firenze dal 1951). Le trasformazioni della società italiana incrinano la validità dell'assetto dualistico del settore, scisso fra alta moda e abbigliamento di massa. L'autore sottolinea come i cambiamenti sociali siano stati un fattore di cambiamento decisivo per questo comparto; il mutato ruolo femminile, ad esempio, sollecitò lo sviluppo di capi pronti di buona qualità (mentre fino a quel momento le confezioni pronte si erano indirizzate in buona parte verso la moda maschile, più standardizzata, cominciando dalle camicie e dagli impermeabili). Dalla fine degli anni Sessanta si assiste perciò alla formazione di un «sistema-moda» che non punta più su un'alta moda esclusiva, ma su una moda pronta di qualità, il prêt-à-porter, frutto della collaborazione degli stilisti con l'industria. Questo mise in crisi la struttura del lusso che aveva i suoi centri a Firenze a Roma, e privilegiò invece Milano che, insieme a Torino, era il principale polo industriale del settore: «Nel capoluogo lombardo, infatti, si poteva beneficiare di tutti quei servizi dei quali la moda industriale abbisognava per lo sviluppo della propria attività e per stabilire con il pubblico un rapporto del tutto diverso da quello gestito in passato dal grande sarto (pubblicità, marketing, infrastrutture, trasporti, ecc.)» (pp. 480-1). Il lavoro si avvale di documentazione varia, da quella delle associazioni istituzionali alle riviste professionali di settore, nonché di interviste ai protagonisti. Il quadro che ne emerge è convincente e ben delineato; particolarmente apprezzabile è l'incrocio di elementi istituzionali e socio-politici con quelli prettamente industriali, che permette di valutare le ricadute di un settore economico su molti aspetti della vita dell'Italia contemporanea.


Emanuela Scarpellini