SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Stupro. Storia della violenza sessuale

Joanna Bourke

Roma-Bari, Laterza, VI-601 pp., euro 20,00 (ed. or. London, 2007) 2009

Si tratta di un’opera che osserva il «flagello della violenza sessuale in Gran Bretagna, America, Australia da metà Ottocento a oggi» (p. 4) focalizzando il punto di vista sullo stupratore. L’intero impianto del volume risente del «corpo a corpo» - mi si passi l’espressione - tra le tesi dell’a., espresse esplicitamente nell’ultima parte del libro, non a caso intitolata Resistenza, e «il fuori», il sentire diffuso sullo stupro nelle società occidentali odierne, cui il libro rivolge il suo sguardo retrospettivo. Un sentire tradotto da un dato del 2005, che Bourke indica come «motore» dell’intero studio: meno del 5 per cento degli stupri denunciati nel Regno Unito si è concluso con una condanna. A dispetto della rivoluzione femminista e dei mutamenti legislativi, la violenza sessuale rimane un comportamento la cui gravità è assolutamente sottostimata. Così Bourke dedica pressoché l’intera opera a confutare quasi tutto ciò che è stato detto e scritto sugli stupratori e dagli stupratori stessi. Un lavoro minuzioso teso a decostruire quelli che chiama «i miti di stupro» (p. 22) (una donna non può essere stuprata da un solo uomo, per citarne uno), a mostrare aberrazioni come la distinzione in sede processuale fra la vera intenzione dell’agente e l’esperienza fisica della vittima. Bourke si dedica a smontare la costruzione sociale dello stupratore, una figura dall’identità assai mutevole nel tempo e nello spazio, che gli specialisti delle scienze mediche e sociali si sono preoccupati di definire a partire dal biologismo o dai condizionamenti ambientali o di incasellare in categorie patologiche. Critica poi anche le argomentazioni che hanno reso accettabile lo stupro nell’ambiente familiare, nelle carceri, nell’esercito, né manca di affrontare i nodi problematici dell’approccio femminista o la questione dello stupro praticato all’interno delle comunità lesbiche e gay.È evidente che è il discorso sullo stupro a determinare la considerazione sociale intorno all’atto e al suo autore. È un discorso che, pur mutando nel tempo, conserva alcune caratteristiche di lunga durata: è fortemente innervato di sessismo, razzismo e classismo; ha per obiettivo la colpevolizzazione della vittima e la deresponsabilizzazione dello stupratore; induce un tipo di sessualità nella quale si contrappongono una «vera» virilità potente, fallocentrica, irrefrenabile e una «vera» femminilità perennemente ricettiva, insaziabile, passiva. È un discorso, inoltre, che ignora l’esistenza di «società esenti dallo stupro» [il che] vuol dire naturalizzare lo stupro com’è praticato e vissuto in Occidente» (p. 496). Non è un caso quindi che né la risposta dell’inasprimento repressivo, la cui crescita attuale per Bourke è legata ai tagli alle politiche sociali, né le terapie psicanalitiche hanno inciso sul fenomeno. Tutto lo sforzo analitico del volume serve a sostenere la soluzione auspicata dall’a.: quella di «una politica della virilità che si concentri sul corpo dell’uomo come luogo di piacere (per sé e per gli altri), e non come uno strumento di oppressione e di dolore», una politica soprattutto che richiede «una rinnovata attenzione al comportamento, all’immaginario e all’attivismo maschile» (p. 497).


Tiziana Noce