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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le radici dell’antiamericanismo. La politica estera Usa in Medio Oriente

Kylie Baxter, Shahram Akbarzadeh

Bologna, Odoya, 279 pp., euro 18,00 (ed. or. London, 2008) 2009

Non bastano una prestigiosa casa editrice, la Routledge, da cui il volume è stato originariamente pubblicato, e un titolo senza dubbio accattivante a rendere questo testo un lavoro valido. Si tratta, al contrario, di un libro poco approfondito, senza una convincente cornice interpretativa, che non arricchisce significativamente il panorama italiano, sebbene quest’ultimo non sia particolarmente ricco di contributi che si occupano in modo scientifico di Medio Oriente.Il volume affronta la politica estera americana nel cosiddetto broader Middle East - allargato cioè all’Asia Centrale - dalla fine della prima guerra mondiale sino ai nostri giorni. Nello specifico, si concentra su tre temi: il conflitto israelo-palestinese; la nascita della Repubblica islamica in Iran e l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, considerati due eventi chiave per capire il successo dei movimenti islamisti nella regione; le due guerre del Golfo. Sono questi, secondo gli aa., i nodi per capire le ragioni del forte antiamericanismo in Medio Oriente. Tuttavia, ciascuno dei tre temi presenta evidenti lacune.Ad esempio, nel primo caso, i due aa. tralasciano completamente alcune questioni essenziali. Il ruolo americano nella nascita di Israele viene liquidato rapidamente con l’affermazione: «gli Stati Uniti non ebbero un ruolo da protagonisti nella fondazione dello Stato» (p. 67). Nulla viene detto del coinvolgimento della Presidenza americana: non è, infatti, menzionato il famoso rapporto Harrison dell’estate del 1945, con cui venivano raccontate le terribili condizioni dei sopravvissuti alla Shoah nei campi profughi in Germania, e sono ignorati i rapporti conflittuali tra Truman, forte sostenitore della nascita di Israele, e il Dipartimento di Stato, decisamente più interessato ad evitare frizioni con i paesi arabi. Allo stesso tempo, neanche una riga compare sul ritardo con cui l’amministrazione Reagan riconobbe l’Olp come interlocutore politico, ben otto anni dopo che la Comunità Europea lo aveva fatto a Venezia nel 1980. Manca, infine, una riflessione sulle ragioni della difesa degli interessi israeliani da parte degli Usa e sorprende che - in una bibliografia altrimenti molto ben fatta e ricchissima di suggerimenti - non ci sia alcun riferimento al libro di Mearsheimer e Walt sulla Israel lobby (New York, Farrar, Straus and Giroux, 2007).Anche gli altri due temi sono però trattati in modo piuttosto semplicistico, come, ad esempio, dimostra lo scarso spazio dato al ruolo che l’Arabia Saudita ebbe nel sostenere finanziariamente l’indottrinamento, in Pakistan, dei mujaheddin arabi che andavano a combattere i sovietici in Afghanistan. Del tutto assente è, infine, l’analisi di quanto l’antiamericanismo si nutra dell’appoggio che gli Usa riservano a regimi dispotici come quello egiziano, che, pur definiti in Occidente «moderati», soffocano le richieste di democrazia e rispetto dei diritti umani che provengono dalla popolazione.Anche la presenza di alcuni box informativi, pur utili a fini didattici, risulta viziata dalla superficialità con cui alcune voci sono trattate, da quella sulle crociate (p. 46), a quella sui curdi (p. 166).


Arturo Marzano