SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La casa perduta. La memoria dei profughi nell’Europa del Novecento

Patrizia Audenino

Roma, Carocci, 236 pp., € 24,00 2015

Il volume di Patrizia Audenino esamina le vicende di quattro diverse popolazio- ni coinvolte, nella seconda metà del ’900, in episodi di migrazione forzata: gli italiani dell’Istria e della Dalmazia, i tedeschi del Banato, i Pieds-Noirs algerini e gli italiani re- sidenti in Libia e Tunisia. In tre parti, grosso modo di uguale lunghezza, l’a. dapprima ricostruisce le vicende che hanno trasformato gli appartenenti di questi gruppi «da coloni a profughi» (per usare il titolo del primo capitolo), e successivamente esamina da un lato le politiche di risarcimento e di costruzione della memoria pubblica attuate dagli Stati d’accoglienza (vale a dire, rispettivamente, Repubblica Federale Tedesca, Francia e Italia) e dall’altro l’elaborazione delle memorie private dei profughi stessi. La comparazione è condotta prevalentemente fra le prime e le seconde coppie di esperienze, anche se emer- gono tratti comuni a tutte (o quasi) le comunità profughe prese in esame, per esempio l’essere stati «inseguiti dall’accusa di fascismo e […] protetti da movimenti nazionalisti di estrema destra» (p. 211). Particolarmente interessanti sono le pagine in cui l’a. tratteggia «il tentativo di creare una comunità, basata sull’esperienza comune del passato […] e del trauma della partenza» (p. 209), ad esempio attraverso la ricostruzione delle vicende le- gate alla creazione di santuari mariani a Nîmes e Carnoux, al tempo stesso «luoghi votivi e meta di aggregazione» (p. 124) per i profughi algerini (anche non cristiani) stabilitisi in Francia meridionale dopo l’esodo del 1962. La terza e ultima parte del libro può essere letta come una storia di quelle che sono divenute, in terra d’esilio, comunità tenute insieme da una «identità de-territorializzata» (p. 201) fondata su elementi di carattere emozionale (soprattutto di tipo nostalgico) e su una cultura che si esprime nelle rievocazioni letterarie e in quello che l’a. definisce «lin- guaggio simbolico del cibo» (p. 202). L’aspetto più originale del libro sta proprio nella scelta, apprezzabile perché non scontata e per certi versi coraggiosa, di tentare una comparazione tra episodi di migra- zione forzata (e successiva profuganza) con punti di partenza solo apparentemente molto diversi tra loro. L’a., pur tenendo sempre presenti le importanti differenze esistenti tra un caso e l’altro, mostra in maniera convincente come tutti siano radicati in uno dei processi storici maggiormente rilevanti del XX secolo – vale a dire la costruzione di comunità poli- tiche da un lato rappresentative di gruppi sociali (identificati su base linguistica e religio- sa) precedentemente assoggettati al dominio imperiale, e dall’altro tese a escludere dalla cittadinanza quei residenti percepiti come diretta emanazione di quello stesso dominio. In definitiva, La casa perduta da un lato contribuisce a «provincializzare» la storia dell’Europa occidentale e, al tempo stesso, ad ampliarne i confini verso est e verso sud e, dall’altro, fornisce un piccolo ma importante tassello a una storia globale delle migrazioni forzate nel ’900 postimperiale che rimane, in gran parte, ancora da scrivere.


Antonio Ferrara