SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La Grande Guerra. L’educazione in trappola

Luciana Bellatalla, Giovanni Genovesi

Roma, Aracne, 276 pp., € 14,00 2015

I due aa., entrambi professori di pedagogia presso l’Università di Ferrara, si pro- pongono di indagare i danni procurati alla scuola italiana dalla prima guerra mondiale, in termini di politicizzazione, di impoverimento culturale e materiale, di abbandono di alcuni importanti progetti di riforma di anteguerra. La ricostruzione muove da due as- sunti continuamente ripetuti nel corso del testo: quello della «intrinseca inconciliabilità di guerra ed educazione», e quello del ruolo della scuola in età liberale come strumento utilizzato dalla classe egemone per «difendere strenuamente un progetto politico, al fondo autoritario, aristocratico e classista» (p. 197). Fin dalla prefazione gli aa. inclinano verso toni moralistico-deprecatori che poco hanno a che fare con il linguaggio dello storico. È un continuo giudicare, scandalizzarsi, valutare il passato con il metro del presente. Certo che ai nostri occhi la Grande guer- ra appare un’inutile strage; ma continuare a ripeterlo nulla aggiunge alla comprensione dell’evento (che poi quella guerra sia definita dagli aa. una «disastrosa manifestazione del male» – per fortuna scritto con la minuscola – è un esempio tra i tanti possibili dell’in- tonazione generale del volume). Altrettanto certo è che noi, cittadini di una moderna democrazia, consideriamo profondamente dannoso il fatto che durante la guerra la scuola abbia funzionato come «centrale propagandistica»; ma questo non dovrebbe né sorpren- dere, né scandalizzare lo sguardo dello storico. E del resto, quale storico potrebbe imma- ginare di risolvere in mezza riga la questione del rapporto tra patriottismo e nazionalismo facendo del secondo – cattivo – una semplice «antitesi» del primo – buono? O potrebbe baldanzosamente affermare che in età liberale «la scuola non era mai stata considerata un pilastro fondamentale per la costruzione dello Stato, ma solo un instrumentum regni, un mezzo da usare ai fini esclusivi del governo in carica» (pp. 44-45)? Mentre una ventina di pagine più avanti, apprendiamo che «per lo Stato liberale il popolo deve essere guidato da coloro che comandano, i soli a frequentare le scuole che contano» (p. 68). A tutto questo si aggiungono incertezze sintattiche, l’utilizzo di termini ormai inuti- lizzabili (l’«Italietta» sabauda), e una bibliografia gravemente lacunosa, almeno sul versan- te della produzione storiografica. Del tutto insufficienti i riferimenti alla letteratura sulla prima guerra mondiale, praticamente assenti quelli sull’Italia liberale; riguardo alla storia della scuola, troviamo citati solo i pedagogisti, nessuno storico: per esempio, il nome di Simonetta Soldani non compare mai nel volume, come pure quello di Gabriele Turi. Il risultato è che le parti che gli aa. chiamano di «ricognizione» storica sono francamente impresentabili. I due aa., lo si è detto, storici non sono; ma se si sceglie di scrivere un libro su un tema come questo, occorrerebbe pur leggere qualche buon libro di storia in più.


Elena Papadia