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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La «grande paura» rossa. L’Italia delle spie bolsceviche (1917-1922)

Valentine Lomellini

Prefazione di Georges-Henri Soutou, Milano, FrancoAngeli, 2015, 309 pp., € 34,00 2016

Basato su fonti per lo più inedite, provenienti dal Museo storico dell’Arma dei carabinieri e dai Ministeri degli Esteri e dell’Interno, il volume – con Prefazione del presidente della Fondation Thiers Georges-Henri Soutou – ricostruisce la percezione del «pericolo bolscevico» (locuzione, nel testo, quasi mai tra virgolette) da parte delle autorità civili e militari italiane, dalla Rivoluzione d’ottobre all’avvento del fascismo. Nell’analizzare – lefebvrianamente – la «grande paura» che si diffuse, al pari del resto dell’Occidente, in Italia dopo il colpo di mano dei socialdemocratici bolscevichi (non ancora «comunisti», dunque) e l’instaurazione del potere sovietico, l’a. parte dall’assunto – incontestabile – che l’imminenza di una rivoluzione di tipo socialista su scala mondiale fosse una convinzione che andava ben oltre la progettualità degli internazionalisti più convinti. Le autorità dell’epoca diedero corpo a tale presagio (declinato come «paura» dai ceti possidenti e non dalla società nel suo complesso, anzi, le classi subalterne lo intesero come speranza) ipotizzando la presenza, soprattutto nell’Italia settentrionale, di spie ed emissari bolscevichi con il compito di diffondere il «germe rivoluzionario». Gli iniziali timori irrazionali ed emotivi, che orientarono le attenzioni degli investigatori del Belpaese verso la comunità dell’esulato russo (1917-1918), lasciarono il campo a un’azione più meditata e politica (in particolare sotto il dicastero Bonomi) fino a giungere all’uso strumentale della «paura rossa», finalizzato al contenimento delle agitazioni operaie e contadine e al restringimento degli spazi di agibilità politica per «sovversivi», socialisti riformisti e finanche democratici. Se nel 1921 le autorità presero finalmente atto di come non vi fossero «prove manifeste dell’intenzione dei bolscevichi di trascinare l’Italia nel vortice della rivoluzione» (p. 265), la «paura rossa» fu comunque utilizzata – da governo e fascisti – come grimaldello antiprogressista e come «utile paravento dietro al quale nascondere l’esistenza del “terrore bianco” dei primi anni Venti» (p. 271). Il libro, oltre a restituirci la rappresentazione delle «spie bolsceviche» da parte del potere (soggetti in bilico tra malattia mentale e dissolutezza), mette in evidenza la «profonda inadeguatezza dello Stato nel distinguere tra il vero pericolo e la minaccia fasulla» (p. 264). Tuttavia, se i «vertici» (sedi diplomatiche e Ministeri) vedevano rosso un po’ ovunque, la «periferia» (le forze dell’ordine che operavano territorialmente) riconduceva la situazione a proporzioni maggiormente corrispondenti alla realtà. Talune imprecisioni – come il «sostegno tedesco alla rivoluzione bolscevica, oggetto di illazioni anche a causa del permanere di Lenin in Germania» (p. 27) – non sminuiscono l’importanza dell’opera. Anche se, a fronte di una bibliografia sufficientemente ampia sui rapporti tra ambito italiano e Rivoluzione russa, colpisce l’assenza di riferimenti testuali importanti per la ricostruzione del contesto politico-culturale del biennio rosso.


Eros Francescangeli