SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La guerra verticale. Uomini, animali e macchine sul fronte di montagna 1915- 1918

Diego Leoni

Torino, Einaudi, 552 pp., € 36,00 2015

Tra le numerose pubblicazioni uscite negli anni del centenario si distingue, per vari motivi, l’opera di questo studioso che da oltre un trentennio si occupa della prima guerra mondiale, delle peculiarità del fronte italo-austriaco, delle sue fonti, del suo insegnamento. Fu Diego Leoni, insieme a un gruppo di giovani ricercatori, che nel 1985 a Rovereto organizzò uno dei più importanti convegni sulle esperienze, le memorie, le immagini di quella guerra, con interventi (e discussioni ai margini del convegno) che lasciarono un segno ineludibile su chi proprio allora iniziava a studiare la Grande guerra e le sue conseguenze. La guerra verticale è la guerra bianca, combattuta in scenari unici: tanto diversi da quelli delle spallate sull’Isonzo, delle trincee sul fronte occidentale o dei più movimentati combattimenti in quello orientale, quanto divenuti oggetto di narrazioni e rappresentazioni mitologiche che dal 1915 in poi non hanno cessato di rinnovarsi. L’opera si basa su una notevole quantità di fonti di natura diversa e si caratterizza per un uso intelligente di un’ampia bibliografia italiana e straniera. Protagonisti della narrazione e dell’analisi sono – recita il sottotitolo – uomini, animali e macchine, ma anche donne autrici di diari (p. 54), ragazzi militarizzati (p. 333) e valanghe, come quelle della «Santa Lucia nera», descritte con citazioni molto efficaci in uno dei capitoli centrali del libro (pp. 166 e ss.). Il volume è articolato in sedici capitoli tematici che seguono un ordine cronologico; il lettore viene accompagnato all’interno delle diverse caratteristiche di quel particolare scenario di guerra, variabili a seconda delle altimetrie (tra altopiani e ghiacciai) e delle conformazioni geologiche, in costante mutamento con l’evolversi della guerra e l’accumulo di esperienze belliche che rendevano necessario un costante aggiornamento delle tecniche per uccidere uomini e conquistare metri in un ambiente già estremo per natura. Quelli che erano stati i percorsi dei primi alpinisti – da metà ’800 luogo di contese nazionali e nazionalistiche tra i vari club e associazioni sportive italiane e austriache, inglesi e tedesche –, divennero lo scenario di una guerra combattuta tra la neve, ma anche sotto la neve e persino nel sottosuolo, con «uomini talpa» usati per scavare gallerie e vincere la guerra sotterranea. Una guerra fatta di cunicoli ed esplosivi: «la più scientifica, la più ingegneristica, la più tecnologica, la più primordiale, la più cupa, la più costosa, la più sproporzionata, la più inutile» fra tutte le forme del combattere (p. 266), che tanto contribuì ad accrescere il terrore tra i combattenti e la diffusione di notizie fuori controllo. Come altrove, anche la guerra di montagna presentò il doppio volto della modernità novecentesca e della primordialità permanente, elementi che avrebbero avuto un ruolo notevole nel vissuto e nelle memorie dei combattenti (p. 424). Dopo, niente fu più come prima; persino il paesaggio, la montagna e «l’intero ecosistema alpino» uscirono trasformati in modo irreversibile dal conflitto (p. 361).


Roberto Bianchi