SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La patria divisa. Socialismo, nazione e guerra mondiale

Maurizio Degl’Innocenti

Milano, FrancoAngeli, 192 pp., € 24,00 2015

In che rapporti entrarono i socialisti dei vari paesi con le rispettive nazioni d’appar- tenenza? Come parteciparono alla costruzione del welfare state? In cosa consistette il loro contributo alla «cultura popolare» della propria patria? Sono queste alcune delle domande che si pone il nuovo saggio di Degl’Innocenti. L’a., esperto di storia del socialismo ita- liano, si concentra sul periodo che va dalla fine del XIX secolo all’avvento del fascismo. È indagato prevalentemente il Psi, ma senza trascurare i parallelismi con altri partiti so- cialisti europei. In contrasto esplicito con una storiografia che tende a coltivare il mito dell’«autonomia della classe operaia» (p. 11), il libro intende mettere in luce le relazioni tra partito socialista, società civile e Stato, nel quadro di quella «nazionalizzazione delle masse» che sotto varie forme – democratica, autoritaria, totalitaria – ha caratterizzato le vicende europee a cavallo tra fine ’800 e prima metà del ’900. Un rilievo particolare viene dato al socialismo generalmente etichettato come «rifor- mista», che risulta spesso il più attento a coniugare il patriottismo in senso antinazionali- sta e a rivendicare su questa base la lotta per una nuova patria che riconosca ai lavoratori la pienezza dei diritti. Da questo punto di vista l’adesione a una prospettiva nazionale – facilitata secondo l’a. dalla stessa propensione marxista alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio – non esclude affatto l’opzione internazionalista. Il primo capitolo mira a contestualizzare lo sviluppo dei partiti socialisti all’interno delle varie nazioni nel quadro della società industriale di massa. L’a. evidenzia come le stesse strutture partitiche e sindacali nelle loro articolazioni dal centro alla periferia ri- calchino quelle dello Stato, costituendo pertanto un importante fattore di integrazione delle masse lavoratrici nella vita politica nazionale. A questo processo non è estraneo il Psi, anche se le persecuzioni subite dal governo e culminate nei fatti del 1898 peseranno a lungo, nonostante le successive aperture giolittiane, sullo sviluppo del socialismo italiano indebolendo le correnti riformiste e impedendo una più piena inclusione dei lavoratori nello Stato (il che faciliterà poi la soluzione autoritaria del fascismo). Il secondo capitolo ha per titolo una citazione tratta da un discorso di Turati («l’uomo vale quanto sa, può perché sa, vuole perché sa», p. 107) e si focalizza sul contributo dei socialisti alla cultura e all’educazione. Si passa dagli apporti teorici e pratici al rinnovamento delle arti nel nome di un «diritto al bello» (p. 69) esteso a tutti, agli almanacchi e alle biblioteche popolari, per soffermarsi poi su figure come quella del deputato del Psi e critico d’arte Marangoni. Il terzo capitolo inquadra il rapporto socialisti-nazione nell’ambito della costruzione del moderno Stato sociale e della codificazione del nuovo diritto del lavoro, mettendo in luce in particolare i contributi di Turati e Cabrini. Chiude il volume una disamina sul con- cetto di patria per i socialisti italiani sino agli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale.


Luca Bufarale