SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La repubblica dei matti. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia (1961- 1978)

John Foot

Milano, Feltrinelli, 392 pp., € 22,00 (traduzione di Enrico Basaglia) 2014

È probabile che in Italia si sia affermata nella memoria collettiva l’idea che il processo di smantellamento del sistema manicomiale tradizionale si sia avviato in seguito all’approvazione della legge 180. Tale ricostruzione cancella il periodo in cui, grazie all’opera incessante di Franco Basaglia, in varie realtà furono avviate importanti esperienze di superamento del paradigma psichiatrico classico. Non è pertanto Basaglia né la legge 180 l’oggetto della ricerca di Foot, quanto le esperienze di comunità terapeutiche, la prima delle quali fu avviata a Gorizia nel 1961. Il superamento del sistema reclusorio ha un incipit simbolico: «mi non firmo!» – così esclamò Basaglia dinanzi al registro delle costrizioni notturne del manicomio goriziano che era andato a dirigere dopo un avvio di carriera accademica presto interrotta. Aveva le idee chiare: rendere soggetti quell’insieme di non-persone, quell’umanità offesa che vi risiedeva, a partire dalle più elementari forme di dignità umana (avere un pettine proprio, ad esempio) fino alla presa di parola nelle assemblee, alla libertà di movimento, al lavoro retribuito. Molti e complessi furono i confronti con altre esperienze di comunità terapeutiche (quella scozzese di Dingleton e quella inglese di Villa 21, in primo luogo), così come con altri teorici, Maxwell Jones, David Clark, David Cooper; un filone di pensiero composito, spesso etichettato come «antipsichiatrico», definizione del tutto respinta da Basaglia. Egli non pensava, infatti, alla follia come mero prodotto sociale, ma come espressione delle contraddizioni del nostro corpo, corpo al tempo stesso biologico, sociale, psicologico. Un approccio complesso, dunque, che l’espressione «psichiatria radicale» contenuta nel titolo purtroppo non restituisce. Il libro ripercorre molte altre esperienze di trasformazione dei manicomi in comunità aperte: Colorno (PR), Trieste, Perugia, Reggio Emilia, Arezzo. Peccato che il Sud sia del tutto assente e sia assente anche Sergio Piro, tra gli psichiatri più interessanti di quella stagione. Già perché molte di queste esperienze erano legate a singole personalità che sarebbero andate a comporre un gruppo poco omogeneo che sbrigativamente chiamiamo «i basagliani». Un gruppo ad alta conflittualità interna, frutto in parte di personalismi, in parte di scelte culturali che nel tempo si andavano differenziando (al riguardo il più rilevante è il distacco con Giovanni Jervis ben documentato nel testo). Questi i principali meriti del libro: l’a. rende giustizia alla figura di Franca Ongaro, interlocutrice critica e autonoma, non solo moglie «bella e intelligente […] che gli faceva da segretaria» come ha scritto Jervis (p. 56); indaga su una pagina trascurata dalla storiografia e ora restituita con una scrittura incisiva (merito anche dell’ottima traduzione di Enrico Basaglia); rifugge dagli stucchevoli omaggi quanto dagli ignobili dileggi spesso rivolti all’intera vicenda basagliana.


Vinzia Fiorino