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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La storia (quasi vera) del milite ignoto raccontata come un’autobiografia

Emilio Franzina

Roma, Donzelli, 2014, 312 pp., € 20,00 2015

Emilio Franzina è uno studioso della storia sociale e culturale dell’800 e ’900 e in particolare dei fenomeni emigratori, ma nel contempo è anche noto per praticare con successo la public history, o, in altre parole, è capace di trasformare le sue ricerche in godi- bili comunicazioni teatrali. Così, in un certo senso, anche questo libro rientra tra quelle iniziative di divulgazione «leggera» che l’a. tenta di sottrarre all’egemonia dei giornalisti. La storia (quasi vera) del milite ignoto si colloca, infatti, tra la verità della documen- tazione storica, gli eventi della Grande guerra e la finzione narrativa. La voce narrante è quella anonima di un italo-brasiliano, detto Cravigno, che, obbedendo al richiamo della patria, lascia San Paolo per raggiungere il porto di Napoli e poi le caserme di Piacenza, da dove, entrato a far parte del Genio zappatori, raggiungerà il Carso, appena in tempo per partecipare alla quarta battaglia dell’Isonzo. Nel corso del racconto, che porterà il protagonista sull’altopiano di Asiago tra le truppe che cercano di contrastare la Strafexpedition, per poi, dopo Caporetto, finire la sua vita sul Montello, capita al lettore di sovrapporre all’io di Cravigno quello dell’a., compli- ci le numerosissime e dettagliate informazioni d’ordine militare e sociale che trasformano il protagonista, che per ruolo e condizione dovrebbe essere piuttosto inconsapevole del tutto, in un narratore onnisciente. Poco male, perché il libro si legge comunque con gran- de interesse fin dalle pagine iniziali, dove Franzina racconta con colori vivaci la vita degli italiani di San Paolo, presi tra nostalgia ed entusiasmo nazionalista. L’originale identità di Cravigno, nato in Brasile da genitori veneti, tipografo, repubblicano e interventista, co- stituisce un formidabile punto d’osservazione, che Franzina sfrutta a pieno per raccontare qualcosa di quei 300.000 italo discendenti d’oltre oceano venuti a combattere in Italia (su cui si sa ben poco) e per rappresentare, come scrive nell’utilissima postfazione, «l’effettiva e problematica natura delle identità miste maturate dagli emigranti e dai loro discendenti all’estero» (p. 276). Tramite Cravigno, testimone più che protagonista, il lettore è poi condotto attraver- so la zona di guerra, assiste alle «spallate» di Cadorna, alle decimazioni e alle fucilazioni sommarie, agli episodi di fraternizzazione; incontra sovversivi e anarchici, volontari e trentini irredenti, madrine di guerra, profughi. Confluiscono nel racconto gli studi dell’a. sull’epistolografia popolare (lettere costrette tra censura, autocensura e desiderio di rac- contare e di denunciare), le canzoni e il folklore di guerra, l’organizzazione del tempo libero (case del soldato, clero e casini di guerra), la storia di Vicenza e del Veneto. La con- clusione è sommamente ironica: colui che sarà scelto, salma sconosciuta, quale simbolo delle nazioni in armi, per essere inumato dopo un solenne rituale sull’Altare della Patria e diventare il milite ignoto, cade mentre fugge seminudo con la sua amante dopo una notte d’amore.


Quinto Antonelli