SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Governare Palermo. Storia e sociologia di un cambiamento mancato

Laura Azzolina

Roma, Donzelli, XIII-144 pp., euro 14,00 2009

L’a. incrocia il metodo della ricostruzione storica con quello dell’indagine sociologica per affrontare il caso del governo di Leoluca Orlando nella Palermo dell’ultimo ventennio del ’900. L’obiettivo della ricerca è esplicito fin dall’inizio: capire il fallimento delle aspettative suscitate dalla «primavera palermitana» e spiegare le ragioni del mancato cambiamento. Il libro ha una cronologia lunga (dai primi anni ’80 a oggi) e due periodizzazioni importanti che segnano la discontinuità. La prima di natura politica, locale ed endogena a metà degli anni ’80, quando all’interno della stessa Democrazia cristiana si formò un fronte di rifiuto dell’intreccio criminoso tra mafia e politica, che proprio allora raggiungeva l’acme. La seconda di carattere istituzionale, nazionale ed esogena segnata dalla stagione delle riforme amministrative dei primi anni ’90, con l’elezione diretta del sindaco, che aprì la fase del decentramento e del protagonismo municipale. Di ambedue questi passaggi Orlando fu interprete principale e assoluto, assumendo su di sé le aspettative del cambiamento. Egli svolse questo ruolo sia dal punto di vista politico che da quello amministrativo. Nel primo caso radicalizzando la sua autonomia dal sistema dei partiti sia in sede locale che nazionale, nel secondo investendo le risorse che gli derivavano dal governo e dalla leadership in beni basati sull’intervento pubblico e ad alto impatto simbolico (recupero del centro storico, politiche scolastiche, cultura, grandi eventi e mobilitazione anti mafia) trascurando di valorizzare beni e servizi funzionali a strategie competitive rivolte al sostegno delle imprese e dell’occupazione creata dal mercato. Egli lavorò per cambiare modalità ed etica dell’agire politico piuttosto che per cambiare il modello di sviluppo locale che aveva ereditato (e che in qualche modo rafforzò), tendenzialmente stagnante, fortemente dipendente dal terziario a prevalenza di pubblico impiego. L’a. dimostra che queste due scelte strategiche, legate alla personalità del leader e ai vincoli del sistema, produssero da una parte isolamento politico e dall’altra politiche non in grado di dare risposte forti in termini di sviluppo, occupazione, miglioramento della qualità della vita, indebolendo l’esperienza amministrativa e impedendole di avere continuità oltre il suo leader, in qualche modo depotenziando la via del cambiamento.L’a. dimostra in maniera convincente, e senza rigidità deterministiche, questo percorso, che è validato da una comparazione nel tempo con le scelte delle successive giunte di centrodestra che hanno confermato «un modello di sviluppo fortemente dipendente dal pubblico impiego e stagnante» (p. 124), e nello spazio con l’esperienza coeva catanese di Enzo Bianco più orientata, invece, verso «politiche attive di sostegno alle imprese e all’occupazione» (p. 82). La ricerca per un verso rimanda alla centralità della riflessione sullo sviluppo locale e sul ruolo delle città nella regolamentazione dell’economia, dall’altro invita il lettore ad approfondire il ruolo svolto dell’ente Regione nei processi di cambiamento/continuità della recente storia siciliana.


Salvatore Adorno