SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le légitimisme en armes. Histoire d’une mobilisation internationale contre l’unité italienne

Simon Sarlin

Rome, École Française de Rome, 331 pp., € 30,00 2013

La ricca ricerca dedicata da Simon Sarlin alla mobilitazione filoborbonica antiunitaria degli anni ’60 dell’800 tocca fenomeni che da qualche tempo stanno attirando l’attenzione della storiografia risorgimentista: l’esilio politico, le milizie volontarie, la guerra civile. Temi tradizionalmente studiati per l’età delle rivoluzioni e dei totalitarismi di primo ’900, che vengono ora anticipati di un secolo e che contribuiscono a collocare il Risorgimento in un quadro internazionale, europeo e atlantico. Sarlin ricostruisce con fonti di prima mano quel che accade all’indomani del 1860, quando Francesco II di Borbone si rifugia nella Roma di Pio IX e, al suo seguito, giungono nella capitale pontificia un migliaio tra aristocratici, funzionari del disciolto regime, quadri dell’esercito, ultralegittimisti e legittimisti costituzionali. E da Roma, per qualche anno, partono i tentativi di destabilizzazione violenta del nuovo Stato nazionale. Progetti disperati? Sì e no. L’Italia è un paese debole, con acuti problemi sociali, politici, geopolitici. E nel Mezzogiorno si moltiplicano le gesta delle bande criminali e i conflitti cruenti tra contadini, galantuomini e Stato. «Una situazione quasi insurrezionale». Non stupisce perciò che al Sud ex borbonico guardi quella sorta «internazionale bianca» che lega individui e club controrivoluzionari di tutta Europa. Qui accorrono austriaci, svizzeri, spagnoli, francesi, per offrire la propria militanza armata alla restaurazione dinastica. Anche ufficiali accorsati come José Borges e Rafael Tristany. Ma i tentativi hanno vita breve e poco incidono, non a caso, sulla grande onda dei conflitti sociali. La reazione borbonica è male organizzata, povera di risorse materiali, abbandonata dagli «alleati» europei, lacerata da conflitti intestini. I rapporti tra ufficiali dell’esercito legittimista e capi delle bande brigantesche sono difficili. Francesco II non riesce a incanalare la violenza rurale in un’azione insurrezionale strutturata, né a dotare i pezzi sparsi di quell’Europa controrivoluzionaria di una cultura e di una prospettiva politica. La mobilitazione internazionale fallisce. E sembra dubbio, per tornare all’inizio di questa pagina, che il fenomeno possa iscriversi nella categoria di «guerra civile europea». Certo, i legittimisti intendono trasfigurare in guerra civile la rivolta sociale, ma non ci riescono. E ha buon gioco la propaganda italiana a criminalizzare l’emergenza, denunciando una cospirazione borbonica che strumentalizza eventi di natura delittuosa. Del resto, conclude lo stesso Sarlin appoggiandosi ad alcuni giudizi crociani, l’élite meridionale è nostalgica del vecchio regime, ma riluttante a militare contro il nuovo. Propensa semmai a una sorta di «romanticismo legittimistico». Che esista una simmetria, nell’Italia ottocentesca, tra rivoluzione e controrivoluzione appare perciò discutibile. Se è vero (alla Mayer) che il vecchio regime non si dà per vinto, forse conviene volgersi ad altri paesi, come la Spagna, per averne più robuste conferme. Nel Sud italiano sono troppi i gattopardi e troppo disperse le comunità contadine perché si possa parlare di guerra civile.


Paolo Macry