SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Leandro Arpinati. Un fascista anomalo

Brunella Dalla Casa

il Mulino, Bologna, 496 pp., € 32,00 2013

Malgrado l’ormai ampissima letteratura disponibile sul fascismo italiano, ampie zone d’ombra rimangono su luoghi, personaggi ed eventi del ventennio. Questo volume riempie un vuoto, contribuendo all’analisi della biografia di uno dei più importanti leader del fascismo delle origini e di un gerarca di peso fino all’inizio degli anni ’30, quale fu Leandro Arpinati. L’a. ricostruisce il ruolo di Arpinati nella nascita del secondo Fascio di combattimento in quella che sarebbe diventata la roccaforte del fascismo italiano, Bologna, e le sue funzioni di comandante delle squadre e organizzatore politico nel primo fascismo (i tratti più conosciuti della sua vita pubblica), ma anche la rete di potere costruita per il controllo della città. Il complesso rapporto, infine, con Mussolini, e il ruolo politico di Arpinati anche a livello nazionale, dove si distinse come sottosegretario del Ministero dell’Interno. L’a. approfondisce anche le vicende legate al tramonto dell’astro politico di Arpinati con l’arresto, il confino e il duro isolamento politico cui fu costretto da Starace con il sostegno di Mussolini, nonché la parte che egli svolse nel 1943-1945, corteggiato da fascisti e nazisti mentre proteggeva antifascisti e resistenti. Questa biografia costituisce dunque un tassello importante nell’analisi della rete di potere che permise al fascismo di emergere, di radunare e stabilizzare intorno a sé il consenso, ma anche del modo in cui il potere fu mantenuto e gestito in sede locale e nazionale. Arpinati risulta da queste pagine una figura complessa, a tratti contraddittoria e spesso «anomala» e l’a. riesce quasi sempre a mantenere un equilibrio difficile nel restituire luci ed ombre della vicenda politica, professionale e umana del gerarca fascista. Ne emergono responsabilità politiche e personali rilevanti nella fase dell’ascesa del fascismo, la capacità e la volontà di usare la violenza come strumento di lotta politica, ma anche una grande capacità di costruire il consenso, spesso a vantaggio del proprio personale potere. Il fascismo di Arpinati appare qui profondamente autoritario, ma a tratti non totalitario; con aspetti piuttosto originali per quanto riguarda tanto la gestione dei rapporti personali, a livello politico e non solo, che relativamente all’ideologia politica, specie in campo economico. Particolarmente notevoli e eterodossi appaiono i rapporti di amicizia con Mussolini, ma anche con Mario Missiroli e Torquato Nanni, con cui Arpinati condividerà anche la tragica fine. Se un appunto si può fare all’a., di cui bisogna apprezzare l’utilizzo di una quantità notevole di fonti private e pubbliche, è la scelta di continuare ad utilizzare termini ampiamente diffusi in ambito storiografico quali «normalizzatore» e «intransigente» per definire le diverse posizioni all’interno del fascismo dopo la Marcia su Roma. Ci sembra infatti che tra gli anni ’20 e i primi anni ’30, Arpinati dimostri, con la sua esperienza, che definizioni di questo tipo non aiutano a spiegare la complessità del rapporto con la violenza e con l’autorità che caratterizzarono il fascismo e i suoi protagonisti.


Giulia Albanese