SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

L’economia nello stato totalitario fascista

Antonio Messina (a cura di)

Canterano, Aracne, 240 pp., € 13,00 2017

In uno dei saggi presenti nel libro, Maria S. Quine osserva «that the theory must come out of the history, not the reverse» (From Malthus to Mussolini, p. 89). Nel suo contributo tiene fede a questa massima mostrando, anche grazie a specifici casi di studio, come «the Italian fascist dictatorship proved to be more of a “warfare” than a “welfare” state» (p. 147). Anche altri saggi contenuti nel volume ci restituiscono un quadro degli esperimenti economico-sociali e istituzionali del fascismo mosso, ricco di cromatismi e non privo di contraddizioni. Così Francesco Carlesi (Corporativismo, stato sociale, sviluppo [1922-1945]), pur non accogliendo le letture di coloro che hanno concluso per un sostanziale fallimento del corporativismo, non nasconde difficoltà operative e contrasti sia all’interno del mondo corporativo che tra questo e soggetti esterni come l’Iri. Finalità e vincoli del «colonialismo corporativo» (p. 217) sono poi delineati da Gian Luca Podestà (Economia e popolazione in Africa orientale italiana e Libia [1936-1941]) e anche qui non sono sottaciuti gli scarti tra propositi iniziali ed esiti complessivi. Se quindi i saggi citati convincono nel loro rifiuto della lettura «demonologica» o «brigantesca e buffonesca» del fascismo – lettura paventata da Anthony J. Gregor nella Prefazione – qualche perplessità solleva a nostro avviso il contributo di apertura a firma di Antonio Messina (Il fascismo italiano e la «dittatura di sviluppo»). Confidando forse troppo nella validità euristica della modellistica sociologica, Messina disegna la costruzione teorica fascista come totalitaria fin dalle origini, un diamante purissimo insomma, che respingeva in toto qualsivoglia suggestione liberal-liberista. Prima ancora di prendere il potere, però, numerosi sono i discorsi pubblici e gli interventi di Mussolini alla Camera e sul «Popolo» tesi a teorizzare lo Stato «minimo». Messina liquida questo iniziale liberismo di Mussolini come poco più che espediente tattico e scrive: «il fatto che prima di giungere al potere Mussolini invocasse un ritorno allo Stato manchesteriano non deve trarre in inganno: ciò che i fascisti volevano spogliare da tutti i suoi attributi economici era lo Stato liberale» (p. 82). Mussolini, quindi, già mosso da intenti totalitari prima del 1922, avrebbe però inteso privarsi delle leve di intervento dell’economia che pure gli offriva lo Stato liberale post-bellico. Tale tesi, in realtà, non ci sembra persuasiva, come non ci sembra convincente più in generale l’ipotesi di una vocazione monoliticamente totalitaria del fascismo ab origine. Messina non dà sufficientemente conto di tutto quel filone di studi che da Aquarone a Melis a Cassese ha fatto luce sugli ampi tratti di continuità istituzionale e amministrativa tra Stato liberale e Stato fascista e mostrato a nostro avviso fondatamente come quella fascista non possa essere considerata un’epoca avente caratteristiche unitarie.


Luca Tedesco