SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il «popolo dei morti». La repubblica italiana nata dalla guerra (1940-1946)

Leonardo Paggi

Bologna, il Mulino, 309 pp., euro 24,00 2009

Il «popolo dei morti», cui si fa riferimento nel titolo, è il popolo italiano straziato dalla guerra. La citazione viene da Piero Calamandrei, il quale sostenne che la vera legittimazione del nuovo ordinamento costituzionale italiano fossero appunto i morti. Nello specchiarsi in quella tragedia la nazione poteva risorgere e le istituzioni potevano ottenere rinnovato vigore e autorevolezza. La guerra dunque come matrice fondamentale di una diversa sensibilità, di una nuova autocoscienza nazionale e di inedite relazioni tra cittadini e Stato. È a partire da questi temi, e dalla riflessione non solo di Calamandrei ma anche di Montale, e - in misura minore di Roberto Battaglia e Andrea Zanzotto - che Paggi muove alla riscoperta degli echi durevoli del conflitto, nel tentativo di rinnovare gli studi sull’età repubblicana passando dalla riflessione sulla «Repubblica dei partiti» all’analisi della «Repubblica figlia della guerra». In una narrazione densa e tesa, che si snoda in cinque capitoli, l’a. tematizza un approccio alla storia del dopoguerra capace di tenere conto del riassetto della cittadinanza e dei rapporti tra società civile e Stato in relazione agli sconvolgimenti causati dal conflitto. Una guerra che Paggi invita a ripensare a partire dalla questione dei bombardamenti alleati. Segue l’analisi dell’immagine del partigiano durante e dopo il conflitto e di qui si giunge al cuore autentico del saggio: nel terzo capitolo sono affrontati alcuni casi di studio di Comuni toscani travolti dalla guerra e segnati dalle stragi naziste. La documentazione custodita negli archivi comunali sembra testimoniare una vasta e intensa mobilitazione dal basso, che l’a. contrappone all’attendismo passivo comunemente considerato cifra caratteristica dell’atteggiamento collettivo degli anni della guerra civile.Ci si chiede in che misura le considerazioni svolte da Paggi a partire da quelle specifiche situazioni siano estendibili ad altri contesti socio-culturali. Sebbene il volume sia stimolante e ben scritto, lascia inoltre perplessi un utilizzo estremamente selettivo della bibliografia secondaria e in particolare la scarsità di riferimenti a quegli studi che hanno indagato stragi e memoria della violenza in Toscana. Stupisce non trovare riferimenti alle ricerche sul reinserimento dei reduci, come la mancanza di indagini nelle carte del Ministero dell’Assistenza post-bellica, che avrebbero offerto la possibilità di verificare il mutare delle relazioni tra cittadini e Stato da una diversa prospettiva. Sorprende infine la povertà di riferimenti a figure come Lussu e Sereni, che in qualità di ministri molto si impegnarono nel costruire le basi per un moderno sistema di welfare proprio a partire dall’esigenza di superare la tradizionale concezione delle pensioni ai combattenti (o alle loro famiglie) come riconoscimento del valore dimostrato nel portare le armi, articolando piuttosto tali provvidenze - presto estese anche ai non-combattenti - come strumenti per consentire una nuova partenza della competizione umana su basi egualitarie.


Guri Schwarz