SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La socialdemocrazia europea tra le due guerre. Dall'organizzazione della pace alla resistenza armata (1923-1936)

Leonardo Rapone

Carocci, Roma 1999

Fondato su una vastissima ricerca su scala europea, oltre che su una conoscenza della politica internazionale fra le due guerre non comune fra gli studiosi italiani, questo libro di Rapone ci racconta la storia di una sconfitta: quella patita dai partiti riuniti nella ricostituita Internazionale socialista nel tentativo di fondare la lotta per la pace non più sulla sola base delle vecchie pregiudiziali ideologiche uscite a pezzi dalla prova del 1914, ma sulle regole di convivenza internazionale e sulle organizzazioni a ciò deputate. Ciò spiega fra l'altro la periodizzazione adottata, che a prima vista può suggerire qualche perplessità per quanto attiene al termine ad quem. Nel 1936, infatti, con la rimilitarizzazione della Renania, la conclusione vittoriosa dell'impresa etiopica e l'inizio della guerra di Spagna, quella sconfitta si è già ampiamente consumata, lasciando il movimento operaio europeo solo dinanzi al problema insolubile di conciliare la propria specificità pacifista e classista con gli ineludibili imperativi di un conflitto che sempre più tende ad assumere le forme della guerra fra nazioni o blocchi di Stati contrapposti. Il lavoro ha il grande merito di ricostruire criticamente in tutte le sue sfaccettature e in tutti i suoi complicati intrecci (sul problema della pace e della guerra le divisioni fra destra e sinistra del movimento operaio si incrociano con quelle tra realisti e dottrinari, tra pacifisti intransigenti e "interventisti", tra fautori della sicurezza collettiva e sostenitori del disarmo, senza contare le ovvie distinzioni fra le diverse e contrapposte sensibilità nazionali) un dibattito che è stato troppo a lungo dimenticato: forse perché reso bruscamente obsoleto prima dallo scoppio della guerra, poi dalla contrapposizione planetaria fra Occidente e mondo comunista. Detto tutto ciò - e reso omaggio alla nobile buona fede degli Henderson e dei Blum, dei Vandervelde, degli Adler e di tutti gli altri sfortunati protagonisti di questa storia (oltre che all'equilibrio e alla chiarezza con cui Rapone illustra le loro posizioni) - resta un dubbio di fondo. È lecito chiedersi se la sconfitta del tentativo socialista di organizzazione della pace non fosse da considerarsi già decisa al momento dell'avvento di Hitler al potere o, ancor prima, con lo scatenarsi della grande crisi e la fine dello "spirito di Locarno"; se l'errore non stesse nell'aver voluto sostituire il principio della sicurezza collettiva (con gli obblighi anche militari che fatalmente ne derivavano) col miraggio del disarmo generalizzato; se a monte di tutto questo non vi fosse l'illusione di risolvere tutto con l'ascesa al potere dei partiti socialisti (facendo in pratica coincidere l'Ios con l'Sdn); se infine questo orientamento non fosse a sua volta la conseguenza di un atteggiamento ambiguo nei confronti della democrazia, considerata ancora come uno strumento o al più come uno sfondo, mai come un fine e come un valore in sé.


Giovanni Sabbatucci