SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La sfida nucleare. La politica estera italiana e le armi atomiche 1945-1991

Leopoldo Nuti

Bologna, il Mulino, 425 pp., Euro 32,00 2007

C'è un passaggio dell'ultimo volume di Nuti che mi sembra emblematico. Si tratta di un frammento d'archivio statunitense del 1961 che riporta un colloquio tra il chairman incaricato di valutare lo stato delle basi che ospitavano gli Jupiter in Europa ed un senatore. Da quel breve resoconto emerge tutta la distanza prospettica che divideva, alle soglie della stagione kennedyana, i diversi attori. Da un lato era in atto un complesso processo di revisione della strategia nucleare statunitense (che, dopo la crisi cubana, avrebbe visto prevalere la linea della riduzione del rischio); dall'altro si muovevano gli interlocutori europei, con propri obiettivi, interessi e modalità d'azione. Qui si dipanavano i fili complessi (e mutevoli) che tenevano insieme l'alleanza occidentale sul fronte della deterrenza, ma emergevano anche le diverse percezioni e interpretazioni dell'arma atomica come strumento bellico e politico (si ripensi al motto «no annihilation without representation»). È da diversi anni che Nuti scava in questa direzione. In questo volume la sua analisi sul contesto italiano si è fatta quanto mai fitta e intensa, alla ricerca di passaggi periodizzanti, lungo un arco cronologico che va dall'ingresso nell'era atomica alla chiusura della stagione bipolare. L'ampio raggio di fonti utilizzate (italiane e statunitensi, con qualche puntata in archivi britannici e tedeschi) è il frutto di un work in progress e di una costante maturazione nella messa al vaglio dei documenti. Una critica che si può rivolgere al libro viene piuttosto da un certo squilibrio tra l'approfonditissima analisi degli anni '50 e '60, rispetto alla più rapida riflessione dedicata ai due decenni successivi (salva la vicenda degli «euromissili»). Detto ciò, gli spunti di riflessione sono quanto mai preziosi. In primo luogo Nuti, ricostruendo la genesi dei vari spostamenti strategici, dentro e fuori la NATO, ci offre uno spaccato degli elementi paradossali, ma anche di continuità, che segnarono la stagione della deterrenza, a cominciare dalla dimensione ristretta dei protagonisti delle scelte decisionali. Particolarmente interessante risulta l'analisi delle prese di posizione di De Gasperi, Taviani, Fanfani, Moro e Craxi (con la costante comune di limitare al massimo la pubblicità al dispiegamento delle testate nucleari sul suolo nazionale), così come del dinamismo di diplomatici quali Brosio, Quaroni o Gaja. Significativa è anche la riflessione sui limiti della mobilitazione antiatomica da parte del PCI e dei movimenti pacifisti. Nuti torna poi su argomenti poco noti, come l'abortito progetto di bomba «europea» italo-franco-tedesco o l'oscura vicenda delle «mine atomiche». Soprattutto però rilegge le ambizioni italiane verso una politica estera dinamica, i tentativi di entrare nell'inner circle del nucleare, gli annosi dibattiti sul controllo e sulla dual-key, fino a sfiorare la dimensione simbolica delle armi atomiche (con qualche puntata nel nucleare civile): dal dispiegamento degli Honest John a Comiso e ai Cruise. Alla fine ci restano svariate chiavi di lettura, utili anche a ridefinire l'intreccio tra politica interna ed estera, in relazione a passaggi delicati come la nascita del centro-sinistra o del pentapartito.


Massimo De Giuseppe