SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea

Linda Giuva, Stefano Vitali, Isabella Zanni Rosiello

Milano, Bruno Mondadori, XI-212 pp., Euro 20,00 2007

Il potere degli archivi è un ossimoro: il primo termine rimanda alle moderne tecniche del controllo della memoria, il secondo evoca l'idea di polverosi depositi di carte. Gli archivi hanno spesso trasmesso l'immagine «sfuggente e opaca di un potere lontano e vessatorio» (Giuva, Archivi e diritti dei cittadini, p. 24); e Vitali ci dà, nella prima parte del suo Memorie, genealogie, identità, una sintesi efficace di questo modo di rappresentarli come regno degli arcana imperii.Eppure, al tempo stesso, è sempre esistito un «potere degli archivi»: Zanni Rosiello (Archivi, archivisti, storici) documenta come sia stato efficacemente esercitato, in particolare a partire dall'unificazione nazionale. A cosa sono serviti gli archivi nella costruzione della nazione? Innanzitutto a fondare la certezza dei diritti, classificando i materiali della certificazione pubblica; in secondo luogo a creare e consolidare una tradizione dello Stato, avvalorando prassi, consuetudini, manifestazioni del potere, linguaggi specifici delle istituzioni; infine gli archivi, alla pari di musei, pinacoteche, gallerie d'arte, biblioteche nazionali, hanno giocato un ruolo centrale nel processo di costruzione dell'identità nazionale.Qui però Zanni evidenzia alcune decisive contraddizioni: perché emergono le stesse incrinature tipiche di ciò che Raffaele Romanelli ha chiamato «il comando impossibile». Ecco dunque una dicotomia destinata a durare, tra gli archivi come fattore dell'unificazione nazionale e come luogo, invece, deputato alla valorizzazione della memoria locale, legati alla geografia e alla storia delle cento città. Archivi dunque come santuari dello Stato centralista ma al tempo stesso come cattedrali della storia locale. E poi la corposa e irriducibile presenza degli archivi ecclesiastici; la vitalità degli archivi privati e di famiglia; la nuova realtà degli archivi degli enti locali; e l'irruzione degli archivi delle banche novecentesche, e più tardi degli enti pubblici e delle corporazioni; dei partiti politici, dei sindacati, delle imprese. Il pluralismo istituzionale tipico dell'Italia del '900 gradatamente erode la coerenza del modello organizzativo basato sulla rete provinciale degli archivi di Stato: anticipa la crisi strisciante che concluderà nell'attuale galassia.Vitali e Giuva riprendono il tema dove il saggio della Zanni lo aveva sapientemente abbozzato. Documentano la produzione di archivi non più solo cartacei, di immagini, o addirittura informatici (Giuva); riflettono sul mutare della domanda sociale (Vitali), cui si connette un'esigenza nuova di legittimazione; evocano il nesso tra gli archivi-gestione della memoria e lo sviluppo della democrazia. Si aggiunga l'effetto rivoluzionario dell'informatica che rende possibile «navigare» in più archivi, archivi sempre più «meticci», in cui vanno stemperandosi i tradizionali confini identitari del documento rispetto agli altri oggetti della memoria. Di queste radicali trasformazioni dà conto il volume. Nella consapevolezza che i problemi connessi agli archivi sono oggi parte viva della lotta per affermare una nuova cittadinanza democratica. Troppo importanti per essere lasciati ai soli archivisti.


Guido Melis