SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il dito dell'anarchico. Storia dell'uomo che sognava di uccidere Mussolini

Lorenzo Del Boca

Piemme, Casale Monferrato 2000

Al genere della biografia romanzata appartiene il volume che il giornalista Del Boca dedica all'anarchico Gino Lucetti, autore l'11 settembre 1926 di un fallito attentato a Mussolini, seguito di lì a poco da quello di Anteo Zamboni, che avrebbe aperto la strada alla definiva svolta in senso autoritario con i provvedimenti "per la difesa dello Stato". Scritto con la collaborazione di Elisabetta Masso - che ha raccolto una ricca documentazione inedita sull'attentatore, sulla sua formazione e sul suo percorso politico ed esistenziale (di cui tuttavia non viene reso sufficientemente conto nelle note a fine testo, inadeguate e lacunose nell'indicare i fondi archivistici da cui essa è tratta) - il libro si avvale di digressioni storiche, a volte più impressionistiche, di colore e di costume, che di pertinente contestualizzazione. Non mancano tuttavia dense pagine di ambientazione: è il caso della descrizione del crogiuolo di fermenti contrapposti e variabili che percorrono l'Italia dalla prima guerra mondiale ai primi anni venti, quando gruppi di giovani, di fede anarchica o sindacalista rivoluzionaria o socialista, abbandonarono partiti e gruppi politici di appartenenza per aderire all'interventismo prima e al fascismo poi, senza che ancora siano state messe a fuoco le diverse motivazioni alla base di quelle peregrinazioni. Alcuni, dopo una iniziale adesione al fascismo, ne sarebbero poi usciti; altri avrebbero continuato il loro percorso politico nel fascismo trionfante. Su questo entrare e uscire dal fascismo molte sono state in passato le reticenze della storiografia, e molto lavoro di scavo e di indagine resta ancora da fare. Altra suggestione viene dalle pagine in cui si tratteggia, se pur in modo sommario, l'ambiente dei caffè e dei ritrovi dei primi esuli antifascisti all'estero, dando corpo non retorico alle aspirazioni e agli umori di quegli uomini per i quali il vagheggiare e discutere ad alta voce - spesso in presenza di orecchie attente di spie - di come uccidere Mussolini era una sorta di esercizio retorico e consolatorio insieme. Salvo poi che proprio in quegli ambienti qualcuno, come l'anarchico Lucetti, potesse trovare aiuto e supporto logistico per procurarsi una bomba e una pistola e preparare il suo piano individuale. Della complicità nell'organizzazione dell'attentato di anarchici fuorusciti come Camillo Berneri o Gino Bibbi, conterraneo di Lucetti, le indagini del tempo cercarono le prove, senza tuttavia arrivare a risultati certi per la ferma volontà dell'attentatore di coprire altre responsabilità. Trent'anni di reclusione fu la condanna inflittagli dal Tribunale speciale; la massima pena possibile in un giudizio che, operando retroattivamente, non poteva infliggere la pena di morte. Una condanna esemplare, scontata con il maggiore rigore nelle carceri di massima sicurezza del paese, esemplarmente sopportata da Lucetti, senza mai rinnegare il suo gesto e deflettere dalle sue idee. Per un tragico destino l'anarchico doveva trovare la morte il 17 settembre 1943, pochi giorni dopo la liberazione dal carcere, a Ischia ormai in mano agli alleati, per una bomba sganciata da un aereo americano.


Brunella Dalla Casa