SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano

Luca Polese Remaggi

Bologna, il Mulino, pp. 405, euro 28,00 2004

Questa biografia politica di Parri ricostruisce per la prima volta nella sua interezza uno dei personaggi di primo piano dell'antifascismo italiano. Prevalentemente nella cornice della lotta al fascismo e della Resistenza era rimasta finora circoscritta l'analisi della sua vicenda politica che, invece, Polese Remaggi dilata nel tempo, fino a scoprire da un lato il suo passato di interventista e combattente, dall'altro l'ultimo periodo della sua vita quando torna protagonista nella battaglia contro la ?legge truffa? per finire poi, malgrado il suo anticomunismo, nella pattuglia degli indipendenti di sinistra, al fianco del PCI. Il titolo, La nazione perduta, acquista significato proprio perché il racconto di Polese Remaggi parte da lontano, dagli ideali risorgimentali che portano il futuro leader azionista a combattere nella Grande Guerra, intesa come completamento dell'unità d'Italia, ma anche come momento di rifondazione di una nazione ancora priva di un volto democratico compiuto. Per costruire una vera democrazia, Parri, dopo il conflitto, investe nel movimento dei combattenti, magma politico dove si incrociano istanze culturali diverse, già emerse nel variegato interventismo dei ceti medi emergenti: vociani, nazionalisti, democratici, ma anche futuristi, avanguardisti, sindacalisti rivoluzionari. Da questa incubatrice nascono tanti antifascisti, in numero assai minore però rispetto ai fascisti che del combattentismo diventano le forze egemoni. Sconfitto, perseguitato, incarcerato negli anni della dittatura, Parri non abdica ai suoi valori nazionali che lo portano, come capo dell'esercito partigiano, a combattere una guerra anche civile dove non c'è un'idea condivisa di patria né tra gli opposti fronti, né tra chi si batte contro i nazifascisti. La posizione degli azionisti, autorevole finché dura la resistenza armata, diventa minoritaria nell'Italia liberata in cui dominano i grandi partiti di massa. La prima vittima di questa minorità è proprio Parri, presidente del Consiglio per pochi mesi. Del disfacimento del PdA, della tormentata vicenda del socialismo italiano, Parri è partecipe attivo, quasi sempre deluso dagli esiti non felici delle sue scelte politiche. Perduta l'occasione storica del 1919, quando aveva sperato che dalla tragedia della guerra potesse nascere un'Italia democratica e moderna, è convinto sia svanita un'altra occasione storica nel 1945. L'idea della guerra come terreno sul quale forgiare una nuova élite, laica, risorgimentale, mazziniana, capace di realizzare la nazionalizzazione democratica delle masse, sembra smentita dal ritorno sulla scena delle organizzazioni politiche cattoliche, socialiste, comuniste che intorno ai partiti-chiesa ricompongono e ridividono la nazione. Estranea alle ideologie-religioni del '900, la cultura politica di Parri è adesso tutta iscritta in quell'antitesi fascismo/antifascismo che palesa le sue contraddizioni con la rottura dei governi di unità nazionale e con l'esplodere della guerra fredda. Da questo punto di vista la sua biografia offre un osservatorio significativo per leggere in controluce l'intero, difficile percorso dell'azionismo su cui l'autore riflette senza pregiudizi e senza cadere nei luoghi comuni di una storiografia celebrativa.


Simona Colarizi