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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il «problema Israele». Diplomazia italiana e PCI di fronte allo Stato ebraico (1948-1973)

Luca Riccardi

Milano, Guerini e Associati, 478 pp., euro 29,50 2006

Scrivere una storia dei rapporti fra Italia e Israele è compito ambizioso. Si corre il rischio di annaspare nel mare magnum della questione arabo-israeliana e israelo-palestinese, e di perdere di vista l'eredità del recente passato e il suo peso nelle decisioni della comunità nazionale e internazionale. Riccardi affronta la sfida con coraggio e equilibrio. Riesce anche ad aggirare l'ostacolo cronico della storia diplomatica italiana, cioè il difficile accesso ai documenti del Ministero degli Esteri del secondo dopoguerra. Ricorrendo agli atti parlamentari, alla stampa quotidiana e periodica, ad archivi di partito e personali riesce a produrre una ricerca originale, davvero ricca di informazioni, ben documentata e puntuale. Tema spinoso, quello delle relazioni fra Italia e Israele. L'immagine corrente è quella di un rapporto debole, poco curato da un paese come l'Italia, filoarabo per interesse, strategico e economico. Ma qual è il bilancio che si ricava da questo libro sulle relazioni italo-israeliane viste dall'Italia? C'è da dire, e si tratta della pecca di questo lavoro altrimenti lodevole su un tema tanto nuovo, che un'idea bisogna farsela da sé: l'autore infatti non cede mai alla tentazione di dare una chiave di lettura degli eventi. Né dà spazio alla riflessione in forma di conclusioni. L'impressione che si ricava non è lusinghiera per l'Italia. La scelta dell'«equidistanza» risponde a una scelta programmatica, ma troppo spesso pare vile o opportunista. Nella descrizione di Riccardi, fin da subito i rapporti fra i due paesi si pongono come questione regionale, come scelta di quale debba essere la politica mediterranea dell'Italia, in un dopoguerra dominato dalle logiche bipolari della guerra fredda. Il titolo già indica un'impostazione, è un omaggio all'idea della «diplomazia parallela» del PCI ? della «doppia lealtà» dei comunisti italiani, fedeli al proprio paese ma anche all'Unione Sovietica. Suggerisce anche che la visione politica degli altri partiti, e in particolare quella della Democrazia cristiana, si possa in fondo far coincidere con quella del governo e in fin dei conti della diplomazia. Naturalmente è così solo fino a un certo punto e piacerebbe invece leggere l'articolarsi delle posizioni differenziate della classe politica italiana, che filtrano solo occasionalmente fra le valutazioni dei tecnici della diplomazia. Sorprende di non trovare un ruolo più significativo delle comunità ebraiche, né qualche riferimento ulteriore all'opinione pubblica, tante volte evocata nei commenti dei politici e dei diplomatici, ma assente dalla ricostruzione. È un peccato perché un'analisi più articolata a livello di partiti e opinione pubblica avrebbe portato ancor meglio alla luce l'altro lato del «problema Israele», cioè la questione di coscienza. Non a caso le pagine più coinvolgenti sono quelle che riguardano i dilemmi della sinistra italiana e in particolare degli ebrei comunisti di fronte alla progressiva ostilità anti-israeliana venata di sospetti antisemiti che imbeve il discorso politico delle sinistre italiane dopo il 1967 e ancora di più dopo il 1973.


Sara Lorenzini