SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Diritto d’Oltremare. Legge e ordine per le colonie del Regno d’Italia,

Luciano Martone

Milano, Giuffrè, IX-227 pp., euro 24,00 2008

Il Centro di studi per la storia del pensiero giuridico moderno è tra i pochi soggetti che abbia meritoriamente rivolto la sua attenzione ad un argomento ancora abbastanza inesplorato della storia giuridica, quello del diritto coloniale. Già nel 2004-2005 si segnalarono due importanti volumi della rivista diretta da Paolo Grossi, e ora il Centro di studi pubblica questo bel libro di Luciano Martone. Si tratta di un volume composto da alcuni saggi già pubblicati con l’aggiunta di due capitoli inediti e di alcune integrazioni.Per quanto la materia sia complessa, ed uno studio di tal genere non possa non rifarsi a discussioni particolarmente tecniche non sempre agevoli, bisogna riconoscere che la lettura, pur a tratti faticosa, è di estremo interesse. Martone, in realtà, ripercorre buona parte dei temi già presenti nel suo Giustizia Coloniale. Modelli e prassi penale per i sudditi d’Africa dall’età giolittiana al fascismo (Napoli, Jovene, 2002). Particolarmente suggestiva è l’ipotesi di un ritorno nel diritto coloniale dello jus singulare, di un tipo di diritto, quindi, di carattere medievale: i giuristi fin dall’inizio della colonizzazione italiana proposero un modello che rifiutava il principio di legalità e di territorialità, affermando invece il principio della personalità dei diritti, il «diritto feudale» (p. 2) tramontato nel diritto euro peo. In colonia si affermava un diritto d’eccezione permanente, dato che lo stato di natura degli africani non era stato libero ed eguale come quello degli euro pei. Martone ripercorre con attenzione l’evoluzione e le contraddizioni del diritto coloniale: dalla nascita di codici eritrei che respingevano nelle norme concrete i principi dello strumento codicistico, alla funzione creativa della giurisprudenza, ai contrasti tra togati e funzionari amministrativi e alla strutturale ignoranza degli istituti di diritto indigeno che formalmente si dichiarava di rispettare. L’a. sottolinea che l’elaborazione dottrinale fu per tutto l’arco della colonizzazione italiana di scarsa qualità, poiché non riuscì a far pervenire la materia ad una reale autonomia scientifica; le dottrine giuscolonialiste ebbero una debolezza strutturale nel non fare i conti con una specificità razzista di carattere genetico. A ciò connesso - e di particolare interesse a mio avviso - fu il sistema dell’indeterminatezza della pena, per cui i giudici coloniali potevano scegliere la pena da applicare ai sudditi coloniali sia nella quantità sia nella qualità: una chiara deroga al principio del nulla poena sine lege che sarebbe stata assurda per i cittadini.Laddove ci si spinge all’analisi della frattura storico-giuridica che fu causata dalla conquista fascista dell’Etiopia, con il suo portato di ideologia razzista ed imperialista, l’a., pur in un’analisi di valore, avrebbe potuto giovarsi di alcuni recenti saggi italiani (penso ad esempio ai lavori di Giulia Barrera) e internazionali.Il volume è comunque di grande utilità perché rappresenta una lettura intelligente su un tema di estremo interesse e che sarà certamente di aiuto agli studi sull’Africa coloniale.


Olindo DeNapoli