SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il radicalismo sociale di Romolo Murri (1912-1920)

Lucio D'Angelo

Milano, FrancoAngeli, 171 pp., Euro 18,00 2007

Gli storici che si sono soffermati sulla figura di Romolo Murri hanno concentrato la loro attenzione sui primi anni della sua azione politica, quando, partendo da una formazione intransigente, intese aprirsi al mondo contemporaneo; il sacerdote seppe infatti mettere in relazione la democrazia e il cristianesimo, e prospettare una profonda trasformazione della cultura politica del nostro paese. Meno studiati risultano gli anni della sua militanza nel Partito radicale, lacuna colmata ora dall'interessante lavoro di D'Angelo, che ha approfondito il periodo successivo al 1909, la fase interventista fino all'adesione al fascismo.Molti sono gli elementi comuni che si trovano nel pensiero di Murri del periodo della Democrazia cristiana e nel Murri radicale, ma molte sono anche le differenze che emergono da un'analisi degli scritti. Innanzi tutto il pensatore, che all'inizio del '900 prospettava la necessità di fondare un partito democratico e cristiano, e dunque non scevro da un côté confessionale, dopo le sue disavventure con la Chiesa di Roma elaborava una reazione alle ingerenze vaticane sulla politica italiana, facendo della laicità un valore dello Stato moderno. L'ex sacerdote, come sottolinea D'Angelo, mosse severe critiche all'Istituzione ecclesiastica «per essere venuta meno alla sua missione esclusivamente spirituale e al cattolicesimo organizzato italiano per le sue degenerazioni clericali e antidemocratiche», ma ciò non significò mai una negazione di Dio perché «nel suo concetto di laicità non trovava accoglienza nessuna forma di avversione nei riguardi della religione» (pp. 17-18). Murri era approdato a quell'idea di separazione tra la sfera politica e quella religiosa classica del pensiero cattolico liberale ottocentesco, che la riflessione modernista aveva ripreso e riproposto.Il Partito radicale, a suo parere, non doveva limitarsi a propugnare la necessità di far dell'Italia una democrazia laica, ma doveva interpretare le trasformazioni sociali del periodo giolittiano ed elaborare un progetto definito di «radicalismo sociale». La prospettiva doveva essere quella di una alleanza di tutte le forze della sinistra riformista per giungere alla laicizzazione dello Stato, a rendere pienamente democratico l'apparato statale attraverso il decentramento amministrativo e la difesa delle autonomie locali e a sanare le evidenti condizioni di disuguaglianza sociale.La decisione di lasciare i suoi amici radicali alla fine del 1919, spinse l'uomo politico, che si era già fatto attirare dalla sirena interventista, nel 1921 ad avvicinarsi al fascismo: è chiaro che in questo caso Murri, nota D'Angelo, non seppe cogliere «l'impronta eversiva e reazionaria, la matrice di classe, il carattere demagogico, l'indole profondamente antidemocratica, lo spirito violento, autoritario e liberticida, la tracotante intolleranza e la pericolosa propensione a un nazionalismo becero, vanaglorioso e aggressivo» (p. 58). Murri, dunque, come molti altri del suo tempo equivocò i reali caratteri del fascismo e da protagonista coraggioso del primo '900 si trasformò in fedele propagandista dei miti del duce.


Daniela Saresella