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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La libertà che guida il popolo. Le Tre Gloriose Giornate del luglio 1830 e le «Chartes» nel costituzionalismo francese

Luigi Lacchè

Bologna, il Mulino, pp. 207, euro 16,00 2002

La rivoluzione meno studiata di Francia, e il suo ?fragile? esito politico-istituzionale, sono gli assi cartesiani di questo breve saggio che porta il titolo del più celebre dipinto di Eugène Delacroix: La Libertà che guida il Popolo. Scelta tutt'altro che casuale, è doveroso aggiungere, dato che la vicenda di questa tela fa da contrappunto storico, prima ancora che simbolico, ai diversi piani di lettura attraverso cui il racconto si snoda. Ma è importante rilevare, in primo luogo, che nonostante ?l'ingombrante? presenza della collana Fayard dedicata alla storia dei testi costituzionali francesi (la stessa che ospita il lavoro di Rosanvallon su La Monarchie impossible. Les Chartes des 1814 et 1830), Lacchè non ha avuto difficoltà a ritagliarsi uno spazio di indagine autonomo, soffermandosi, per altro, su alcune tematiche di grande spessore storico: dal configurarsi della stampa quale «tribunale dell'opinione pubblica», alla vicenda delle quattro ordinanze liberticide che dettero avvio alle giornate di luglio; dalle fasi di «assemblaggio» del nuovo Minotauro (alla monarchia del 1830 Lacchè, molto opportunamente, applica l'etichetta che Duvergier de Hauranne aveva coniato per il regime della restaurazione), alle violente contestazioni (di segno politico non meno che corporativo) che accompagnarono, nell'autunno del 1834, le prime lezioni di Pellegrino Rossi dalla neoistituita cattedra di diritto costituzionale. Un altro piano di lettura è quello che si interroga sul perché i parigini, nel 1830, abbiano elevato barricate e combattuto (lasciando sul terreno, è bene ricordarlo, oltre un migliaio di morti) al grido di «Vive la Charte»; a questo interrogativo, che punta il dito su un nodo a dir poco paradossale, Lacchè risponde affermando che quel grido «non evoca il testo in quanto tale ma quello che, tra realtà, prassi e aspettative, il costituzionalismo liberale e alcuni sviluppi convenzionali del sistema costituzionale hanno prefigurato come metatesto» (p. 94). Il che, d'altra parte, apre a nuove domande, questa volta di natura teorica (già esplorate dall'autore in altri lavori) e volte, in particolare, a indagare la vera debolezza del testo del 1830: «la difficoltà di ?affrontare? il problema costituzionale della sovranità» (p. 155); è da sottolineare, però, come anche quest'ultimo capitolo, che discute un articolato ventaglio di letture e di interpretazioni, mantenga un taglio prevalentemente storico, dunque non interrompendo, ma casomai arricchendo e irrobustendo il filo della narrazione. Il saggio mi è apparso lucido e intelligentemente costruito. Se un appunto deve essere mosso, dirò che la bibliografia di riferimento sembra polarizzarsi tra la letteratura coeva e la letteratura critica apparsa nell'ultimo ventennio, in particolare francese e anglofona, ma tace su una parte rilevante della più recente produzione italiana.


Cristina Cassina