SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Bruno Visentini

Luigi Urettini

Sommacampagna (Vr), Cierre, pp. 209, euro 12, 50 2005

Il sintetico profilo ripercorre l'esistenza di Bruno Visentini, antifascista democratico, dirigente del Partito d'azione e, dopo la scissione, del Partito repubblicano italiano, nel quale entrò con Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Michele Cifarelli e altri. Per Visentini, nel secondo dopoguerra, prevalse il profilo professionale rispetto all'impegno politico e di partito. Dal 1950 vicepresidente dell'IRI, dal 1964 dell'Olivetti, Visentini divenne parlamentare tardi, a 58 anni, nel 1972. Più volte ministro delle Finanze, fu eletto alla morte di Ugo La Malfa presidente del PRI. La frattura del e col PRI fu inevitabile nel 1994. Tre anni prima la segreteria di Giorgio La Malfa aveva posto fine all'esperienza del pentapartito; all'inizio del 1994 il PRI si disgregò intorno alla scelta sullo schieramento al quale aderire. Fu allora che si produsse la frattura tra Visentini, Adolfo Battaglia, Giorgio Bogi, Libero Gualtieri da una parte e Giorgio La Malfa dall'altra, che prevalse, schierando il partito con Segni e Martinazzoli. Visentini divenne senatore dei Progressisti e nel 1995 morì. La rottura dell'anno precedente aveva condotto a esaurimento la forma partito di una cultura politica che aveva espresso una originale prospettiva: traduceva la ?rivoluzione democratica? del Partito d'azione in un orientamento consapevole, di cui la ?grande trasformazione? del capitalismo regolato costituiva la cornice, entro la quale orientare l'evoluzione dell'Italia democratica, inserendola pienamente nel nuovo spazio politico europeo in costruzione. E non è un caso che, dopo le elezioni del 1994, in quella opzione si riconoscesse anche Spadolini, che a quella tradizione si era affiancato dopo esperienze di altro segno. Visentini partecipò integralmente a questo progetto, che si esplicitò in impegno autenticamente riformatore, come mostrò la sua guida del ministero delle Finanze. Assunta l'?ideologia italiana? come un ostacolo da abbattere, guardava al superamento degli storici squilibri della società italiana come al passaggio obbligato per la sua effettiva dimensione europea. Uomo di raffinata cultura, il ?grande borghese? era figlio di quell'esperienza unica che fu il Partito d'azione. La sua scelta del 1994, con le dolorose fratture che comportò, era frutto naturale di quella cultura e della sua ambizione a fare dell'Italia un paese di integrale democrazia. L'uomo della continuità nel PRI dopo la morte di Ugo La Malfa, quando la segreteria fu assunta da Giovanni Spadolini, ebbe con il leader siciliano un rapporto non facile. Eppure, negli anni Ottanta ne rappresentò l'eredità con specifiche proposte volte a evitare la crisi del sistema politico. I socialisti di Craxi vi scorsero il profilo di una nuova destra; Enrico Berlinguer, al contrario, lo ebbe come interlocutore privilegiato. La gravissima crisi sistemica esplosa negli anni Novanta ha mostrato chiaramente come la proposta di Visentini si inserisse pienamente in una grande aspirazione democratica, che aveva nutrito la cultura della minoranza più conseguentemente europea operante nel nostro paese.


Paolo Soddu