SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

La guerra in televisione. I conflitti moderni tra cronaca e storia

Luisa Cicognetti, Lorenza Servetti, Pierre Sorlin (a cura di)

Bologna-Venezia, Istituto storico ?Parri? Emilia Romagna-Marsilio, pp. 136, euro 2003

Si tratta di un tema nuovo per la riflessione storica, sollecitato dall'ampia copertura televisiva degli eventi bellici degli ultimi quattordici anni. Il volume, anziché essere un resoconto sui reportage bellici della televisione, finisce per presentarsi allo storico e allo spettatore come uno strumento utile per decodificare le cronache di guerra apparse sul piccolo schermo. L'esiguità quantitativa del testo condensa le riflessioni sui meccanismi di mercato e sulla costruzione del consenso. In una linea coerente nei vari contributi apparsi (Cigognetti, Della Volpe, Grandi, Khuel, Servetti, Sorlin) gli autori si premurano di evidenziare che un'ampia fetta di informazione non giungerà mai allo spettatore. Dentro ad ogni contesa bellica agiscono meccanismi di censura, ma la tecnica di filtrare le informazioni per la televisione si affina soltanto con la prima guerra del Golfo nel 1991, dopo che la maggiore libertà lasciata ai cronisti nel Vietnam aveva contribuito a creare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale l'idea della ?sporca guerra?. Il testo mostra in maniera convincente come sia mutata la censura dal fronte, attraverso meccanismi di informazione (Iraq 1991) gestiti dagli strateghi militari che offrono un'ampia messe di notizie che facilitano, apparentemente, il lavoro dei giornalisti, ma che non sono affatto riscontrabili, stante la distanza dei cronisti dal centro dello scenario bellico (una direttiva del Pentagono durante la prima guerra del Golfo raccomandava di allontanare i reporter da ogni contatto con la battaglia vera, p. 19). Un'attenzione particolare è dedicata anche alla preparazione dell'opinione pubblica al conflitto, del quale si comincia a parlare, e a creare l'evento, alcuni mesi prima. L'intento è di convincere il pubblico circa l'ineluttabilità del conflitto che, per gli spettatori lontani dagli scenari di guerra, diventa una variante spettacolare ad alta audience. La guerra si riduce a un evento quasi virtuale (nell'Introduzione sono avanzati alcuni paralleli con i videogiochi digitali), dominata dal mercato nella produzione delle notizie. Ma non tutto è così scandito: l'immagine non è dotata di una propria autoeloquenza e lo stesso contributo visivo può servire a ciascuno dei due contendenti per proporre messaggi diversi (p. 70). Dentro ai meccanismi di mercificazione delle notizie un interessante approfondimento, un utile antecedente, è dedicato al ruolo del fotoreporter nella Prima Guerra mondiale e in quella di Spagna. Attenzione però: se tutto l'apparato informativo di guerra è stretto nei contorni di una mutante, ma rigidissima censura, ci sono sempre particolari occultati dai signori della guerra che fuoriescono e per il solo fatto di essere sgraditi ma clamorosi (si veda il caso delle torture compiute in Iraq dagli statunitensi nel 2004) rispondono al criterio di mercato della notizia e quindi possono trovare spazio. Sono riflessioni e sfide storico-metodologiche ancora nuove che possono avere da questo testo un utile punto di partenza.


Mirco Dondi