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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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«L’unanimità più uno». Plebisciti e potere, una storia europea (secoli XVIII-XX)

Enzo Fimiani

Milano, Le Monnier, 396 pp., € 19,80 2017

«È la prima monografia complessiva prodotta in area europea sul tema dei plebisciti contemporanei» (p. 35). Forse è perché il tema (la formula, l’istituzione?) è sfuggente, copre eventi e fasi assai diversi, anzi antitetici (democrazia e totalitarismo) e «sembra voler sfuggire alle riduzioni ad unità» (p. 10). Lo stesso termine plebiscito, tra i tanti per indicare il voto popolare diretto, si fissa solo dopo il 1870, e poi si intreccia con quello di referendum. È dunque una sfida. L’a. procede per tipologie: distingue tra ambito internazionale (scelta di appartenenza nazionale) e ambito interno (sanzioni di carte costituzionali, celebrazione di un leader), in uno stretto intreccio di vicende storiche dettagliate (leggiamo la dizione dei quesiti, le cifre dei risultati), messaggi politico-ideologici e interpretazioni concettuali. Considera una ventina di aree nazionali, con fasi alterne, ma nei vuoti (ad esempio 1815-1848) il filo non si spezza, e vive il mito. Nel primo ciclo (1791-1815) e poi ancora a metà secolo è un fatto franco-italiano, ma i due paesi guidano la vicenda fino a tempi recenti (nulla però sulla recente stagione referendaria italiana, pure carica di riferimenti). «L’esempio fascista si rivelò […] un modo nuovo di associare per via plebiscitaria l’elemento popolare entro i meccanismi delle dittature moderne» (p. 165), una tendenza perfezionata e applicata con più convinzione nella Germania nazista (mai nell’Urss). Gli anni ’30 sono «uno tra i decenni più ricchi di consultazioni plebiscitarie dell’intera parabola europea» (p. 202), in media uno all’anno in una quindicina di aree nazionali. Seguirà la ripresa post 1945 in chiave democratica, non meno ricca di casi. Il connubio tra plebiscitarismo e dittatura attualizza il bonapartismo, chiave di ingresso al tema con il marxiano fare appello al popolo contro le assemblee (Il 18 Brumaio…). Il plebiscito è dunque nemico del parlamentarismo, di ogni corpo intermedio, di ogni partito o fazione (non si incrocia qui il dilagante concetto di populismo? Ma l’a. evita di inoltrarvisi). È dunque l’antitesi somma del governo rappresentativo e perciò della democrazia contemporanea. Protagonista è un popolo compatto, indistinto, personificato. I plebisciti si servono dei suoi voti «ma senza mai elevarlo al rango di reale attore protagonista» (p. 264). L’eventotema (la formula, l’istituzione?) è sfuggente, copre eventi e fasi assai diversi, anzi antitetici (democrazia e totalitarismo) e «sembra voler sfuggire alle riduzioni ad unità» (p. 10). Lo stesso termine plebiscito, tra i tanti per indicare il voto popolare diretto, si fissa solo dopo il 1870, e poi si intreccia con quello di referendum. È dunque una sfida. L’a. procede per tipologie: distingue tra ambito internazionale (scelta di appartenenza nazionale) e ambito interno (sanzioni di carte costituzionali, celebrazione di un leader), in uno stretto intreccio di vicende storiche dettagliate (leggiamo la dizione dei quesiti, le cifre dei risultati), messaggi politico-ideologici e interpretazioni concettuali. Considera una ventina di aree nazionali, con fasi alterne, ma nei vuoti (ad esempio 1815-1848) il filo non si spezza, e vive il mito. Nel primo ciclo (1791-1815) e poi ancora a metà secolo è un fatto franco-italiano, ma i due paesi guidano la vicenda fino a tempi recenti (nulla però sulla recente stagione referendaria italiana, pure carica di riferimenti). «L’esempio fascista si rivelò […] un modo nuovo di associare per via plebiscitaria l’elemento popolare entro i meccanismi delle dittature moderne» (p. 165), una tendenza perfezionata e applicata con più convinzione nella Germania nazista (mai nell’Urss). Gli anni ’30 sono «uno tra i decenni più ricchi di consultazioni plebiscitarie dell’intera parabola europea» (p. 202), in media uno all’anno in una quindicina di aree nazionali. Seguirà la ripresa post 1945 in chiave democratica, non meno ricca di casi. Il connubio tra plebiscitarismo e dittatura attualizza il bonapartismo, chiave di ingresso al tema con il marxiano fare appello al popolo contro le assemblee (Il 18 Brumaio…). Il plebiscito è dunque nemico del parlamentarismo, di ogni corpo intermedio, di ogni partito o fazione (non si incrocia qui il dilagante concetto di populismo? Ma l’a. evita di inoltrarvisi). È dunque l’antitesi somma del governo rappresentativo e perciò della democrazia contemporanea. Protagonista è un popolo compatto, indistinto, personificato. I plebisciti si servono dei suoi voti «ma senza mai elevarlo al rango di reale attore protagonista» (p. 264). L’evento su cui il popolo è chiamato a esprimersi è «quasi sempre promosso non ex ante, bensì ex post rispetto agli assetti del potere già delineati dalla forza del fatto compiuto» (p. 261). Da qui la pseudoalternativa nelle urne (in genere binaria, sì/no) e una sorta di inevitabilità della risposta che è (quasi sempre) prossima all’unanimismo. Con andamento «camaleontico», siamo tra democrazia e antidemocrazia. «In questo basculare tra applicazioni del principio della sovranità popolare e disinnesco delle potenzialità eversive del popolo, stava una [sic] dei tratti distintivi dell’intera parabola del plebiscito moderno» (p. 60). La sfida è vinta. Opera di una vita, preceduta da decine di studi, tra 1995 e 2015, la riconduzione all’unità è riuscita, convincente, ricca di stimoli.


Raffaele Romanelli