SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La rivoluzione perduta. Andrea Caffi nell’Europa del Novecento

Marco Bresciani

Bologna, il Mulino, 298 pp., euro 25,00 2009

La vicenda umana e intellettuale di Andrea Caffi è stata caratterizzata da un continuo spostarsi per l’Europa della prima metà del ’900. Nato a San Pietroburgo nel 1887, partecipò alla rivoluzione russa del 1905, fu vicino in Italia alla «Voce» di Prezzolini e successivamente, nella Francia del 1914, fu volontario nella Legione Garibaldini. Partecipò tra il 1920 e il 1923 alle vicende del bolscevismo al potere. Nella Parigi degli anni ’30, Caffi collaborò con Giustizia e Libertà. La guerra fredda fu infine oggetto di un suo rifiuto radicale.Non esistendo un archivio delle carte di Caffi, l’a. ha dovuto esplorare archivi internazionali, muovendosi dalla Francia all’Olanda fino agli Stati Uniti. Il risultato è un buon profilo biografico che ha collocato saldamente Caffi dentro complesse reti culturali, senza per questo diminuire l’originalità del suo pensiero. Caffi non aderì fino in fondo alle ideologie del proprio tempo, attraversandole, dunque, senza mai perdere il collegamento con l’eredità rivoluzionaria dell’800, nel cui ambito Herzen e Proudhon restarono i suoi principali punti di riferimento. Per questa via, egli approdò ad una visione originale dei problemi dell’Europa tra le guerre, caratterizzata da un antifascismo che si differenziò, grazie anche al dialogo costante con Nicola Chiaromonte, dal filosovietismo di molti altri. D’altro canto, la consonanza delle idee di Caffi con quelle di alcuni percorsi del liberalismo europeo (ad es. quello di Halévy) non intaccò la specificità del suo profilo libertario, legato più a tradizioni rivoluzionarie dimenticate che alla formazione del pensiero liberal-democratico. Questo aggrapparsi al passato fu evidente nel corso della guerra fredda, che egli rifiutò, non aderendo alle iniziative antitotalitarie.Egli guardò alla Grande guerra come l’avvio di un processo di statizzazione dell’economia e della società, di cui il regime rivoluzionario bolscevico gli apparve come l’incarnazione più estrema. Allo stesso tempo, Caffi non smise mai di guardare ai trattati di pace del 1919-1923 dal punto di vista dell’impatto che la diffusione degli Stati-nazione ebbe nei territori plurilingue del «Medio oriente europeo». Lo sguardo sulla statizzazione delle società europee e sulla balcanizzazione dell’Europa orientale si sposarono infine a un ripensamento del socialismo, sempre più declinato in chiave statalistica e nazionalistica.Quella di Bresciani è una biografia simpatetica, che assume la marginalità politica propria dello «straniero» Caffi come il presupposto di una capacità fuori dal comune nell’interpretazione del proprio tempo. Da questo punto di vista, si può aggiungere che il lavoro di Bresciani ha recepito con intelligenza critica lo spostamento che negli ultimi venti anni è avvenuto nella sensibilità storiografica europea verso quei luoghi che un tempo erano considerati, da un punto di vista interpretativo, la periferia d’Europa e che invece oramai ci appaiono decisivi per la comprensione del ’900. Infine, questo libro costituisce un contributo per ripensare la storia stessa della identità antifascista, la quale dovrà essere ricondotta, più di quanto sia stato fatto in passato, ai problemi dell’Europa tra le due guerre.


Luca Polese Remaggi