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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Città dei Balcani, città d’Europa. Studi sullo sviluppo urbano delle capitali post-ottomane

Marco Dogo, Armando Pitassio (a cura di)

Lecce, Argo, 331 pp., euro 18,00 2009

Lo sviluppo delle città dei Balcani dopo la fine del periodo ottomano è oggi oggetto di importanti revisioni storiografiche. Nozioni come «europeizzazione» o «modernizzazione» sono discusse, in relazione non solo con le nuances introdotte nella storiografia internazionale, ma anche con i contributi proposti da una storiografia ottomana che ha dimostrato quanto nell’Impero stesso l’800 fu ricco di imprese di modernizzazione.I curatori ricordano la contemporaneità del periodo post-ottomano nei Balcani e di quello delle riforme dell’era dei Tanzimat nell’Impero. Presentano anche il panorama storiografico esistente (da Todorov a Çelik e da Heppner a Lampe), e giustificano la scelta di concentrarsi sulle città capitali (che però rischia di dare troppa importanza alla retorica nazionale) con il loro «valore di simbolo nazionale» (p. 13). A. Grohmann, in un capitolo comparativo, propone una tipologia dei «modelli» esistenti in Europa occidentale (Londra, Parigi, Vienna, Roma). Questa premessa introduce un nuovo rischio: quello di reificare il pur oggi contestato paradigma di importazione dei modelli. Non tutti gli aa. riescono ad affrontare con successo questa problematica impostazione teorica. L’articolo di Ch. Agriantoni su Atene ignora infatti tutte le questioni più importanti dei dibattiti odierni, e si limita ad una narrazione lineare della costruzione della nuova capitale neoclassica.Ma altri aa. propongono una visione più articolata, che risponde meglio alle promesse dell’introduzione. I cinque capitoli su Belgrado, di B. Mitrovi?, M. Ristovi?, K. Mitrovi? (nonostante un uso non abbastanza discusso del concetto di «europeanizzazione»), M. Dogo e L. Blagojevi?, costruiscono in effetti il quadro di una situazione complessa nella quale la relazione tra ideali politici e forma urbana non è per niente meccanica.Il capitolo di A. Pitassio su Sofia porta anche molte informazioni, sia sulla distruzione dei quartieri abbandonati dalla popolazione musulmana in fuga che sul settore delle costruzioni, con preziose indicazioni sugli architetti attivi nella nuova capitale. Sull’esempio di Bucarest, E. Costantini e G. Cinà danno notizie utili alla comprensione delle trasformazioni urbane post-ottomane, e sul caso della Budapest post-asburgica, C. Horel sottolinea la complessità dei fattori che hanno portato alla maggiarizzazione della città.Va considerato a parte in questa tipologia l’articolo di M. Ivanov, sulla città di Ruse (Rusçuk) nella provincia ottomana del Danubio (Tuna vilayet), che porta l’attenzione sul programma di modernizzazione lanciato da Midhat Pa?a a partire dal 1865. Una tale prospettiva è molto utile per ridare al libro una dimensione di discussione dei caratteri nazionali della modernità urbana.In totale quindi il volume riesce, pur con alcune debolezze teoriche, ad illustrare la diversità delle evoluzioni delle città balcaniche, e soprattutto a contribuire ad una necessaria complessificazione di una lettura di tali fenomeni che molto spesso resta ancora troppo dialettica, tra Occidente e Oriente.


Nora Lafi