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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Lo storico nel suo labirinto. Arthur M. Schlesinger jr. tra ricerca storica, impegno civile e politica

Marco Mariano

Franco Angeli, Milano 1999

Consigliere di presidenti, vincitore di due premi Pulitzer, commentatore politico costantemente interpellato in occasione di ogni consultazione elettorale, Arthur M. Schlesinger è un personaggio il cui ruolo pubblico ha di gran lunga scavalcato, nell'immaginario sociale, il mestiere di storico. Partendo da questo assunto Mariano intesse una polemica biografia intellettuale: sempre a disposizione dei media, consapevole del proprio (tuttora, nonostante l'età avanzata) potere di penetrazione mediatica, lo storico americano sa di incarnare una figura intellettuale ormai mitica, il liberal kennedyano che al mito di Kennedy viene costantemente collegato. Quasi che negli Stati Uniti si dovesse, per convincersi dell'esistenza di un pensiero liberal, trasformarne un protagonista in icona. E tale è ed è stato Schlesinger. Figlio dell'élite colta, fu precocemente chiamato a collaborare con l'intelligence durante la seconda guerra mondiale, accanto ad altri storici americani (come Perry Miller) ed illustri esuli come Marcuse. Lo scopo di tale chiamata a raccolta degli intellettuali era giustificare l'intervento in guerra descrivendolo come difesa dei principi democratici e loro esportazione. Con obiettivi analoghi, nel 1945, a 28 anni, scrisse The age of Jackson (Boston, Little Brown, 1945), in cui si proponeva di mostrare come, nell'età jacksoniana (storicamente collocata fra 1828 e 1837), democrazia e riforme rappresentassero il cuore di un processo dinamico volto al miglioramento della società analogo al New Deal roosveltiano. Nel libro non era affatto velata, ma ammessa apertamente, la legittimità della passione politica come criterio di scelta delle tematiche da studiare. Durante il maccartismo rafforzò il proprio ruolo pubblico in funzione anticomunista, salvo poi recuperare le basi della propria formazione liberal negli anni kennedyani. Al presidente (in origine ben altro che un liberal), di cui fu consigliere, fornì conoscenze ma soprattutto vessilli allo scopo di accreditarlo come nuova incarnazione del New Deal. Questo passaggio spostò il suo ruolo dalla accademia ad un orizzonte collocabile tra politica e mondanità, dal quale non avrebbe più deviato. A commento di ciò Mariano così afferma (p. 249): "Egli ha violato ripetutamente le regole del mestiere dello storico, ha spesso subordinato la vena polemica alla lealtà di partito e ha condiviso molti dei fallimenti del liberalismo americano". Il libro pone interrogativi di non semplice risposta: quando l'assenza, inevitabile e ovvia, di imparzialità del giudizio storiografico travalica nell'uso strumentale? Quale deve esser il ruolo pubblico dello storico? Come giudicare lo storico che presta la propria figura e quindi la propria credibilità intellettuale ad un progetto politico?


Simona Urso