SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La politica delle armi. Il ruolo dell'esercito nell'avvento del fascismo

Marco Mondini

Roma- Bari, Laterza, XVI-244 pp., euro 20,00 2006

L'autore appartiene a una generazione di giovani studiosi che negli ultimi anni sono tornati a interrogarsi su un tema cruciale della storia italiana, vale a dire sulle dinamiche che condussero alla disgregazione dello Stato liberale e alla presa del potere da parte del fascismo. Qui il punto in osservazione concerne il ruolo dell'esercito nella crisi, oggetto a suo tempo di un saggio di Giorgio Rochat recentemente ripubblicato. Mondini rivisita allo scopo tutta la gamma delle fonti disponibili, senza trascurare alcune significative esplorazioni archivistiche (soprattutto carte di alti gradi dell'esercito e del ministro della Guerra generale Albricci, conservate presso diversi archivi pubblici). L'analisi prende le mosse dalle aspettative innescate nel corpo militare dagli effetti di accrescimento di ruolo prodotti dalla guerra, e dalle frustrazioni generate dal clima postbellico, quando le lacerazioni che avevano segnato l'entrata nel conflitto e la sua conduzione inibirono una gestione unitaria della sua eredità e un'adeguata celebrazione della vittoria. Pur essendo generalmente immune da velleità golpiste dirette, l'esercito manifestò simpatie e connivenze molto estese nei confronti del fascismo, visto come la «parte sana della nazione» grazie alla quale era stata rintuzzata l'ondata antimilitarista, di denigrazione e di attacco contro le forze armate sviluppatasi soprattutto nel biennio rosso. Tali connivenze ebbero grande importanza nel consentire l'espansione del movimento fascista, nel favorire le azioni dello squadrismo, nell'esasperare le titubanze dei governi rispetto all'ipotesi di una repressione frontale del sovversivismo fascista fino alla sua manifestazione più clamorosa, la marcia su Roma. All'interno di una ricostruzione molto puntuale e generalmente molto convincente, Mondini dà a tratti l'impressione di sopravvalutare la portata effettiva delle «aggressioni antinazionali », non sempre tenendo ferma con nettezza la distinzione enunciata tra le realtà dei fatti e la loro percezione soggettiva. «Benché il clima di violenza esasperata che agitava il paese non fosse tutto riconducibile alla predicazione massimalista, è però un fatto innegabile che il socialismo italiano abbia cavalcato l'onda delle proteste e dei moti che attraversarono la penisola a partire dall'estate 1919, e che la virulenza di questi era, in parte non piccola, alimentata dal fascino quasi messianico, tanto efficace nei confronti delle masse popolari, della rivoluzione come rimedio di tutti i mali» (p. 53). In verità, non sembrano emergere elementi tali da correggere il giudizio sulla sostanziale inconsistenza della minaccia rivoluzionaria, sul carattere sporadico, episodico delle forme di violenza armata espresse dal movimento operaio o da configurare la pur aspra polemica contro i militari e il militarismo nei termini di una generalizzata aggressione. Il saggio si inserisce così nel solco di una classica interpretazione che accentua le responsabilità della sinistra massimalista come causa scatenante del fenomeno fascista, o più precisamente dell'alto grado di approvazione e di appoggio da esso incontrato all'interno di ampi settori della società e delle istituzioni.


Antonio Gibelli