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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro

Marco Revelli

Torino, Einaudi, pp. 286, euro 14,46 2001

Questo di Marco Revelli non è un libro di storia; ma non è neanche un libro di scienza politica (che è la disciplina insegnata dall'autore all'Università di Torino) per l'evidentissimo rifiuto a organizzare in modo analitico il discorso. Insieme meditazione politico-filosofica e pamphlet fuori misura, il testo utilizza a piene mani dati ed episodi riguardanti la storia del Novecento. Per riproporre però, sia pure debitamente rinnovato, un bagaglio ideologico che ha inflazionato il nostro paese soprattutto negli anni settanta. Troviamo, fin dalle prime pagine, la denuncia del lavoro come ?luogo della perdita?, che richiama temi operaisti di un tempo. Così, vengono disinvoltamente affiancati il regime concentrazionario sovietico, Auschwitz e Hiroshima perché tutti e tre prodotti del lavoro e dell'organizzazione. Anzi, del Lavoro e dell'Organizzazione (con la maiuscola), che costituiscono per l'autore una sorta di diabolico motore del secolo e causa delle sue maggiori infamie. Tra le quali Revelli include certamente il comunismo, di cui ricorda la smisurata quantità di violenza che seppe esercitare. E di cui denuncia il progetto costruttivista e pedagogico di riformare radicalmente la società. Tuttavia, la colpa del comunismo gli appare soprattutto quella di non aver saputo essere effettivamente alternativo alla società del Lavoro che voleva combattere. Revelli ha espressioni felici nel descrivere la centralità dell'Organizzazione nella logica comunista, e dunque il fatto che per tale via il mezzo (il partito) divenne esso stesso il fine supremo. Ma ripropone la vecchia, ingenua idea di un fine buono, presto tradito dai modi di attuazione che avrebbero annullato ?la carica liberatoria (e, in origine, libertaria) della rivoluzione? (p. 239). Nelle ultime pagine addita un nuovo soggetto (un tempo si sarebbe aggiunto ?rivoluzionario?), diversissimo dalla figura del militante comunista novecentesco: la logica che questo soggetto conosce, ?nel produrre come nel vivere, è [?] la disseminazione, la multiattività, la messa in rete dell'eterogeneità? (p. 285). Non è altri che il cosiddetto popolo di Seattle. Il libro ha avuto un certo successo (ho tra le mani la terza ristampa) e ha suscitato qualche discussione a sinistra.


Giovanni Belardelli