SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Cittadini senza nazione. Migranti francesi a Napoli (1793-1860)

Marco Rovinello

Firenze, Le Monnier, XII-387 pp., euro 27,00 2009

Cittadinanza, nazionalità, immigrazione. Temi al centro del discorso pubblico e dell’attenzione storiografica. Qui il caso è inconsueto: gli spostamenti sono nord-sud, dal centro alla periferia; le società interessate sono affini (forse per «latinità», certo per cattolicità) e in vario modo politicamente integrate. Napoli, infine, è assorbente città di relazioni e la sua economia e la sua conformazione sociale sono difficilmente codificabili. L’indeterminatezza di ruoli e la flessibilità delle situazioni ne fanno dunque un caso ideale per una storia sociale intesa a segnalare la varietà dei casi di fronte alla univocità dei paradigmi e delle norme. È quanto fa l’a., facendo dialogare con encomiabile virtuosismo e ridondante acribia storiografica discorsi interpretativi e analisi fattuali, modelli e casi, norme e pratiche riguardanti flussi migratori, tipi sociali, attività commerciali, sociabilità e non ultime le «identità», ogni volta sfrangiando confini e decostruendo categorie. Così ad esempio le migrazioni gli appaiono «pluridirezionali», «atomistiche», senza alternative nette tra «movimento e sedentarietà» (pp. 29-30; insomma un via vai non classificabile). In quel «bazar a cielo aperto» che è Napoli i mestieri dei francesi sfuggono del pari a ogni catalogazione, che pure è diligentemente effettuata (personale domestico e addetti al negozio fanno da soli quasi il 50 per cento), e le attività economiche esaltano la «despecializzazione merceologica» (p. 153). Cioè si vende quello che capita.Lo stesso accade alla nozione di «cittadinanza/nazionalità» che è la protagonista dell’epoca. Si sa che le norme impongono delle identità quali attributi dei soggetti, non della loro situazione relazionale, stabilendo confini e nette barriere. Questa è la modernità. Che però a quest’epoca e in questi lidi non è arrivata, nonostante le armate francesi e i registri dello stato civile. Ecco che le identità nazionali si perdono nella trama delle concrete relazioni, dove vengono semmai giocate come risorse nella selva dei mestieri, delle transazioni commerciali, della politica, della vita quotidiana (fitti, residenze...), dei matrimoni, della sociabilità, dei conflitti giudiziari di cui l’a. segue i mille rivoli. «La “francesità” come statuto giuridico», conclude, «non funziona», ma può esser preziosa in altre forme, ad esempio in una lettera di raccomandazione (p. 128). Prevalgono semmai le fratture di ceto: la nation di cui si occupano le autorità consolari è quella dei benestanti, e viene a coincidere con la natio mercantile di antico regime.Senza dare risposte, la lettura riapre dunque l’eterna domanda della storia sociale: se la rigidità delle categorie, o delle norme, si scioglie nell’analisi ravvicinata dei contesti, ciò dipende dalla natura stessa dell’analisi, oppure ne è il risultato, che in questo caso ci dice che siamo ancora nell’antico regime. E se sì, fino a quando? L’a. dichiara di spingersi fino a dopo l’Unità, ma l’attenzione è tutta sugli anni francesi, oltre che sui francesi, e dunque non indaga sui nodi del 1820 o del 1848. Né avrebbe potuto, per una analisi come la sua, tentata dal micro.


Raffaele Romanelli