SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La classe dirigente negli anni del fascismo. Il caso viterbese,

Maria Chiara Bernardini

Viterbo, Sette Città, 262 pp., euro 22,00 2008

L’a. ha voluto «mettere a fuoco le modalità organizzative del potere fascista attraverso l’analisi e la fisionomia della classe dirigente attiva in una circoscritta area geografica» (p. 15). Nel primo dei tre capitoli viene presentato il dibattito storiografico sulla relazione tra storia locale e nazionale negli anni del fascismo, con particolare riferimento agli studi sulle classi dirigenti locali. Nel secondo viene invece ricostruita la storia del fascismo viterbese, dall’avvento sino al crollo del regime. Ne emerge un quadro caratterizzato da «beghe locali e personali, tipiche di ogni realtà piccola e circoscritta» (p. 114). Dunque, Viterbo sembra essere più che altro scivolata nel regime senza grossi scossoni. L’ultimo capitolo affronta il tema della classe dirigente, divisa in quattro categorie fondamentali: «i dirigenti amministrativi, gli esponenti politici, i detentori del potere economico e gli insegnanti» (p. 147). Vengono vagliate le biografie di podestà, prefetti, insegnanti, funzionari di partito, membri degli organi amministrativi locali, e se ne traggono alcune conclusione generali. Soprattutto, se ne evince che quasi tutti venivano scelti tra i notabili locali, indipendentemente dalla loro fede fascista, spesso molto fiacca. Anche gli insegnanti erano «militanti più per conformismo che per convinzione» (p. 241). Insomma, la tesi di fondo è che a Viterbo e nella Tuscia il vecchio notabilato sia riuscito a riciclarsi e che quindi l’avvento del fascismo, cui molti esponenti dell’establishment aderirono stancamente, non abbia comportato nessuna rottura.Il testo è frutto di un ricco spoglio di fonti d’archivio ben utilizzate. Tuttavia, in alcuni casi sarebbe stato opportuno un occhio più critico verso le fonti stesse. In particolare, l’idea che gran parte della classe dirigente avesse aderito al fascismo solo per convenienza è tratta dalle carte degli organi preposti all’epurazione nati con la fine del regime. Penso si possa ipotizzare, però, che nel 1945 prevalessero tesi assolutorie. Anche perché, come segnala la stessa a., «la scarsa entità dei provvedimenti emanati» nel Viterbese va interpretata in relazione alla tendenza generale del resto del paese dove l’epurazione si risolse con un «nulla di fatto» (Guido Melis). Non sembra opportuno, dunque, considerare il grado di fascistizzazione della burocrazia come direttamente proporzionale ai provvedimenti di epurazione. Inoltre, si afferma che tutto l’establishment fascista apparteneva al vecchio notabilato. Ma sarebbe interessante appurare se tutto il vecchio notabilato si travasò nella classe dirigente fascista. Perché in altre province «apatiche» fino al 1922, l’adesione al fascismo fu uno strumento di lotta tra blocchi di potere preesistenti. Alcuni notabili utilizzarono proprio l’accesso al Pnf per scalzare gruppi avversari, il che spingerebbe a rivedere la tesi di una generale continuità. A parte queste osservazioni, comunque, lo studio padroneggia il tema storiografico trattato e arricchisce un dibattito tra i più dinamici degli ultimi anni.


Matteo Di Figlia