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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Italia d'argento 1839-1859. Storia del dagherrotipo in Italia

Maria Francesca Bonetti, Monica Maffioli

Firenze, Alinari, pp. 276, euro 55,00 2003

Per una insolita circostanza storica la fotografia, invenzione attesa da tempo e concepita contemporaneamente da numerosi sperimentatori, nasce come dagherrotipo. Questo prodigio della chimica e della fisica, che rende possibile un disegno meccanico del reale, viene introdotto nel 1839 da Jacques-Louis Mandé Daguerre a Parigi e si afferma in tutto il continente nel giro di un anno. Si tratta di un'immagine unica, ancora preziosa come un quadro, non ripetibile in diversi esemplari come sarà invece la fotografia successiva, e la cui fortuna non supera i vent'anni. Con queste caratteristiche dunque la fotografia giunge quasi subito anche in Italia. È quindi l'Italia del Risorgimento, ma più spesso l'Italia allo stesso tempo indolente e curiosa degli Stati preunitari, ad accogliere e ad essere ritratta dalla delicata lastrina di rame. Nel suo contributo al volume lo storico Luigi Tomassini inserisce l'invenzione del dagherrotipo nel più ampio contesto culturale europeo, dove, dopo la lunga fortuna e i brillanti risultati dell'ottica, è soprattutto la chimica a vivere una grande stagione all'inizio dell'Ottocento e dove ormai la scienza, la tecnica e l'industria sono non di rado correlate a una cultura politica progressista. Anche il liberalismo italiano non è estraneo a questa tendenza e l'autore sottolinea giustamente la coincidenza tra l'invenzione della fotografia e la fondazione di quel manifesto della borghesia lombarda di cultura europea che fu il «Politecnico» di Carlo Cattaneo. In tutt'altra temperie culturale e politica la coincidenza tra la nascita del dagherrotipo e l'inaugurazione a Napoli della prima ferrovia italiana è un segno importante di quella moderata ma generale apertura degli Stati italiani alle novità del secolo. Anche nella realtà disaggregata dell'Italia preunitaria è il mondo della scienza e non quello dell'arte ad accogliere l'invenzione di Daguerre: la relazione sul dagherrotipo dello scienziato parmense Macedonio Melloni alla Regia Accademia delle scienze di Napoli il 12 novembre del 1839 è una delle più informate e fortunate tra quelle che si diffusero in Europa su una tecnica ancora poco nota. È da una comunità scientifica che si riconosce al di là dei confini statali, e più in generale da una cultura borghese insofferente ai vincoli tradizionali che si svilupperanno idee e stimoli che finiranno per accelerare le spinte verso un'idea più moderna di Stato. Il volume raccoglie diversi contributi, che sottolineano la nascita di nuove modalità di rappresentazione del paese e del suo paesaggio rispetto alla tradizione pittorica, oppure ricostruiscono, grazie a un attento recupero dei materiali a livello locale, le vicende finora in gran parte sconosciute del dagherrotipo nei diversi Stati italiani nella metà dell'Ottocento. Sarebbe stato forse opportuno dedicare uno spazio all'analisi di quel genere fotografico centrale nella storia della fotografia e temporaneamente monopolizzato proprio dal dagherrotipo, qual è il ritratto, di cui pure il volume ci offre numerose e preziose riproduzioni.


Gabriele D'Autilia