SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Stefano Jacini e la classe politica liberale

Maria Giovanna Missaggia

Firenze, Olschki, pp. 454, euro 44.00 2003

Questo denso volume è fortemente motivato dal proposito di inserire a pieno titolo la figura di Stefano Jacini nello schieramento del liberalismo italiano, analizzandone il pensiero politico e i suoi progetti di riforma elaborati nei primi decenni postunitari, e di confutare alcuni giudizi storiografici poco benevoli nei suoi confronti. In effetti Jacini, ostinatamente definitosi un conservatore anziché un liberale, ha sofferto a lungo di una sorta di sottovalutazione storiografica o è stato soggetto ad interpretazioni non di rado fuorvianti o ambigue. Certo egli fu politicamente un isolato, spesso in aperto dissenso con i suoi stessi colleghi della Destra, e tutte le soluzioni riformatrici da lui prospettate non riuscirono mai a giungere alla prova dei fatti. E non furono ininfluenti a determinare la sua solitudine politica i tratti di un carattere rigoroso sino alla pedanteria e l'asciutto pragmatismo, insofferente dei compromessi, frutto di una cultura ?più intesa al fare che all'astratto sapere? formatasi nel solco del riformismo illuminato lombardo e della lezione di Romagnosi e Cattaneo. Nel sottolineare come il valore delle sue idee risieda nella proposta di una via politica ed economica alternativa a quella effettivamente seguita dall'Italia del secondo Ottocento, l'autrice ha analizzato i contenuti concreti del liberalismo di Jacini sin dai giovanili anni preunitari, e successivamente nelle fasi dell'impegno nell'attività di governo, del dibattito sul liberismo-protezionismo, dell'Inchiesta agraria, della messa a punto di un disegno riformatore in tema di suffragio, di decentramento, di rapporti fra Stato e Chiesa, sino alla constatazione dell'impossibilità di costituire un ?partito conservatore nazionale? e alla polemica contro l'avventurismo megalomane della politica estera. Nella dottrina di Jacini ? argomenta l'autrice ? sin dall'affermazione nell'opera prima La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia (1854) dello stretto legame fra l'?ordine economico? e quello ?morale e politico?, liberismo e liberalismo furono sempre intimamente connessi, nell'ambito di un progetto politico in cui il perseguimento dell' ordine e della stabilità presupponeva un'azione riformatrice. Nel complesso del volume convince, nel lumeggiare il significato più profondo della sua opzione liberista anche nella congiuntura della crisi agraria, la decostruzione di uno dei topoi storiografici consolidati di uno Jacini irrealista, prigioniero di una deformante ?illusione agricolturista?. Mentre sembrano più forzate altre pagine in cui il discorso di Missaggia, nell'obiettare ad ulteriori incongruenze interpretative, o a quelle che definisce visioni semplicistiche delle concezioni jaciniane, si fa più argomentativo che ricostruttivo, in una congerie di elementi da cui non sempre si discerne agevolmente il ruolo dello stesso Jacini. Infine, vien da chiedersi se la cifra del suo progetto riformatore fu davvero così ?marcatamente? liberale da destituire ogni sospetto di un suo limite conservatore? Forse la risposta non può ancora essere univoca.


Maria Luisa Betri