SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'invenzione della classe operaia. Conflitti di lavoro, organizzazione del lavoro e della società in Francia intorno al 1848

Maria Grazia Meriggi

Milano, Franco Angeli, pp. 324, euro 21,00 2002

Al centro del libro di Maria Grazia Meriggi ? una ricerca condotta con accuratezza sulle fonti archivistiche e seriali come su quelle periodiche ? stanno le realtà operaie intorno al 1848 in Francia. Sulla scorta degli studi ormai classici di Maurice Agulhon sulla Francia della Seconda Repubblica, Meriggi indaga il mondo del lavoro e anche quell'immaginario sociale e culturale che emerge dalle giornate del '48 scavandone gli aspetti elaborativi e riflessivi che accompagnano una intera generazione di lavoratori fin dalla fine del decennio precedente per spingersi alle soglie del Secondo Impero. Emerge un primo dato interessante, ovvero l'assoluta marginalità di Pierre Joseph Proudhon ? una figura che invece è stata spesso assunta come l'alfiere dell'idea di autonomia politica e sociale delle classi subalterne ? e la centralità di un pensatore e di un organizzatore pubblico oggi spesso dimenticato, Louis Blanc, che con la sua idea degli Atelier Nationaux, ma ancora prima con il suo opuscolo più noto, l'Organisation du Travail (la prima edizione è del 1839), determina la nascita di una produzione di idee, di progetti e di utopie che anticipano e accompagnano la discussione operaia prima del '48 e anche nel cuore stesso di quell'evento. E' sul giornale "L'Atelier" infatti, che si rifà esplicitamente alla proposta di Blanc, che iniziano a configurarsi le proposte politiche e sociali di un profilo programmatico delle classi subalterne in formazione. Emergono i temi del controllo sul mercato del lavoro e non del suo arbitrio, della possibilità di un intervento regolatore dello Stato, della questione del libretto degli operai come strumento di controllo sociale sia da parte del datore di lavoro che degli organi di polizia, delle forme di rappresentanza gerarchizzata delle professioni e dei mestieri. Il linguaggio delle associazioni operaie che ne discende in parte eredita un forte moralismo, una propensione alla rispettabilità e il culto del self-help (secondo una morale dell'emancipazione sociale che avrà sviluppo anche in Italia tra anni Cinquanta e anni Settanta dell'Ottocento), ma questo non implica che poi non si possano incontrare sia i percorsi degli operai qualificati che si battevano per la difesa di molte prerogative che il nascente sistema di fabbrica erodeva, sia coloro che nel mondo industriale entravano marginalmente o contiguamente alla loro dimensione di contadini, figure miste in cui prevaleva una competenza generica e spesso nulla. Quella che poi giunge a configurarsi come "classe operaia" nasce lì e ha in quelle "lontane vicende" il primo momento di confronto e anche di sovrapposizione.


David Bidussa