SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le aristocrazie terriere nell'Europa contemporanea

Maria Malatesta

Laterza, Roma-Bari 1999

Autorevole studiosa delle élites ottocentesche, Maria Malatesta ci offre una succosa e aggiornata sintesi della recente storiografia sulle aristocrazie europee durante quel "lungo" XIX secolo che fu periodizzato e caratterizzato, come provocatoriamente suggerì a suo tempo A. Mayer, proprio dalla persistenza del potere aristocratico nel bel mezzo della rivoluzione capitalistica. Piuttosto che facendo riferimento alla forza di attrazione esercitata nei confronti di altri gruppi sociali (cfr. il paradigma della feudalizzazione e/o agrarizzazione della borghesia proposto da storici tedeschi e italiani), l'a. misura la validità di quell'assunto analizzando "le componenti,[...] le dinamiche interne e i processi di trasformazione" (p. VI) di un'élite che seppe adattarsi alla modernità, conservando un'identità propria e un discreto grado di omogeneità. Veicolo di questa "rifondazione aristocratica" fu il possesso terriero depurato dai residui feudali e funzionalizzato alle nuove logiche del mercato e del capitale, sia mediante la trasformazione dei latifondi in aziende più moderne ed efficienti, sia attraverso il reimpiego della rendita agraria in branche prettamente capitalistiche, come l'industria (specie l'estrattiva, l'alimentare, la ferroviaria) e l'alta finanza. Il riuscito aggancio della proprietà fondiaria ai processi di modernizzazione dell'economia garantì non solo la preservazione o l'incremento dei patrimoni dell'aristocrazia, almeno fino agli anni '80 dell'800, ma anche il suo posto in prima fila nella vita politica e amministrativa del tempo, in quanto interprete per eccellenza della "cittadinanza terriera", posta a fondamento degli Stati-nazione ottocenteschi. Giunti a tal punto, sorge però il dubbio che, insistendo sulla riqualificazione terriero-imprenditoriale e nazional-statuale delle aristocrazie europee, si finisca col mettere da parte altri aspetti di un'élite la cui sopravvivenza fisica e il cui persistente prestigio, pervenuti fino ai nostri giorni (come testimonia il recente revival storiografico), si sono fondati soprattutto sull'esclusivismo delle pratiche sociali e dell'identità nobiliare. Una posizione "di nicchia", questa, in grado di garantire una lunga durata, ma pagata, ben prima della crisi di fine secolo, con la perdita del ruolo di classe "generale" a favore delle borghesie agrarie, manifatturiere e professionistiche, vere promotrici della fusione tra logiche mobilizzatrici del capitale e fissità-territorialità di antico regime che orientò in modo peculiare l'evoluzione dinamica non solo dei fattori di produzione, ma anche dei ruoli sociali e delle forme di governo durante la transizione ottocentesca.


Nicola Antonacci